Le elezioni in mano ai giudici

La campagna elettorale è già cominciata con tutto il suo carico di insulti, calunnie e cattiverie. Tra i vecchi arnesi di una politica che sembra aver smarrito definitivamente la dignità, le polemiche giudiziarie ritornano a campeggiare. Sino a quando sono i comici come Beppe Grillo, neo-inventori di una democrazia «internetiana» se così si potesse dire, passi pure. La satira ci alleggerisce la vita e i tentativi di soppiantare la democrazia politica con la democrazia satirica intesa come «umana teocrazia» (scusate la contraddizione dei termini) ci fanno ridere e ci aiutano a dimenticare per qualche minuto gli affanni della vita quotidiana. Ma quando la polemica giudiziaria tesa a criminalizzare l’avversario politico è fatta da grandi organi di stampa o da partiti politici, l’indignazione deve essere la risposta ferma e composta di chiunque voglia fregiarsi del titolo di democratico. È il caso di Salvatore Cuffaro, presidente uscente della Regione Sicilia, da mesi oggetto di aggressioni tutte tese a trasformare delle accuse in sentenze definitive. È un film già visto da troppo tempo per non urlare, ora e subito, la nostra indignazione. I casi Carnevale, Musotto, Andreotti, tanto per fare solo qualche esempio, non hanno insegnato nulla ai giustizialisti di turno che proprio nell’isola oggi tentano di far passare la candidatura di Rita Borsellino come una candidatura politica di qualità. Con tutto il rispetto verso la persona, chi usa i morti per accreditare una propria capacità politica è fuori da ogni canone democratico e forse anche morale. In particolare, poi, quando si usa il cadavere di un servitore dello Stato i cui orientamenti politici erano di segno nettamente opposto a quelli praticati oggi dalla sorella del morto. Una brutta, bruttissima pagina si sta scrivendo in Sicilia.
La candidatura della Borsellino, infatti, è l’altra faccia di una medaglia che vede nell’uso strumentale di un procedimento giudiziario appena iniziato il tentativo di distruggere l’avversario politico della sorella dell’uomo ammazzato perché serviva lo Stato prima che il popolo dica la sua parola sovrana. E così capita che nelle mille intercettazioni telefoniche (altro argomento sul quale torneremo con dati alla mano per capire in quale morsa autoritaria è caduto questo Paese) vi siano pressioni per dare questo o quel primariato a questo o quel professionista. Ma sbagliamo se diciamo che, ad esempio, questo è un malcostume dilagante e pericoloso per la salute dei cittadini nella Campania di Bassolino? Ricordiamo male o il deputato diessino Giuseppe Petrella, fedelissimo di Bassolino, è stato intercettato mentre minacciava un dirigente di sinistra di una Asl campana per nominare un certo direttore sanitario collegato ad un partito di sinistra? Molti deputati diessini, a cominciare dal fin troppo noto Siniscalchi, si alzarono indignati contro la pubblicazione di queste intercettazioni. Ma dove erano questi difensori della privacy quando venivano pubblicate le telefonate di Antonio Fazio senza che questo fosse neanche indagato? E perché mai le intimidazioni di Petrella sono un fatto democratico e quelle tutte da verificare di Totò Cuffaro sono già una sentenza di condanna? Ma la questione va ben oltre la Sicilia. Quando la Rai non rinnova un contratto ad un giornalista libero come Pierluigi Diaco e un direttore come Roberto Morrione si appresta a dare la parola subito a sua eccellenza Giancarlo Caselli disturbato dalle parole composte dell’avvocato Giulia Buongiorno dette nella trasmissione dello stesso Diaco, è segno che avanza di nuovo uno tsunami autoritario che rischia di fare altre macerie in un Paese già devastato da onde anomale del giustizialismo d’accatto. Così non può andare e non dovrà andare. Come i lettori sanno, noi abbiamo un’idea della politica di tutt’altro segno in cui la polemica nasce dal confronto delle opinioni sui programmi e sulla più generale visione della società in cui si vive e dei suoi bisogni. Scendere, invece, nel cortile della politica per far piazzate non è né sarà mai il nostro costume. Detto questo, però, e senza scomodare il vecchio testamento, risponderemo colpo su colpo ogni qualvolta si criminalizza un avversario politico chiunque esso sia invece che contrastare le sue opinioni. E vorremmo che molti, nei due schieramenti, facessero altrettanto. E per dare subito un assaggio, vorremmo chiedere alle forze politiche che sorreggono in Sicilia la Borsellino se conoscono i guasti di quella gestione dei pentiti fatta negli anni Novanta che ha fatto uscire di carcere mafiosi del calibro di Salvatore Cancemi, Giovanni Battista Ferrante, Francesco Onorato, Calogero Ganci, Gaspare Mutolo e via di questo passo con decine di nomi eccellenti tutti condannati a pene da vent’anni all’ergastolo.
Fra questi c’è anche uno dei killer della strage di Capaci, Mario Santo di Matteo, in cui morì uno degli amici più cari di Paolo Borsellino e grande servitore dello Stato. Ci riferiamo a Giovanni Falcone, uomo probo osteggiato da quella sinistra giudiziaria e politica che oggi sostiene la candidatura di Rita Borsellino le cui notti, ci scusi la signora, non potranno che essere insonni per la mole di rimorsi che si affastelleranno nella sua mente. Chi vuole condannare Cuffaro sostituendosi ai giudici, ci dica prima che cosa pensa di fare per questo riciclaggio di mafiosi intollerabile per un Paese civile. Diversamente, abbia il pudore di tacere lasciando la giustizia ai giudici e la politica ai partiti ed ai candidati, per evitare che nel loro doppiopesismo anche noi potessimo scorgere elementi di complicità mafiosa. E chissà che non saremmo nel vero.