Elezioni negli Usa: il 54% di chi ha votato disapprova Obama

Secondo i primi exit
poll resi noti dalla <em>Cnn </em>nonostante la forte avanzata dei repubblicani il partito democratico dovrebbe conservare la maggioranza, sia pure risicata, al Senato. Alla Camera, invece, netta vittoria dell'elefante

Washington - America al voto: chiuse le urne nei primi Stati. Gli ultimi saranno le Hawaii e l'Alaska. Vediamo subito il dato di un exit poll reso noto dalla Cnn (rilevazione effettuata all'uscita dai seggi elettorali). Il 54% degli elettori presentatisi alle urne dichiara di "disapprovare" il lavoro svolto dal presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, contro un 45% che dice di approvarlo. E' quanto ha rilevato un primo exit poll della Cnn, sottolineando che il dato è "meno peggio" di quanto previsto per Obama. In particolare il dato è migliore di quello registrato nel 2006 da George W. Bush, che in analoghi exit poll ebbe un "gradimento" del 43%, contro un tasso di disapprovazione del 57%.

Repubblicani strappano primo senatore Con la vittoria di Dan Coats in Indiana i repubblicani hanno strappato il primo seggio al Senato dei dieci che devono vincere per strappare la maggioranza ai democratici. Coats rimpiazzerà il senatore democratico uscente Evan Bayh.

Le proiezioni Secondo gli exit poll diffusi dalla Cnn è forte l'avanzata al Senato dei repubblicani. Nonostante questo, però, sia pure di un soffio, la maggiorana dovrebbe restare al partito del presidente. I repubblicani tolgono l'Indiana ai democratici e si confermano in Kentucky, Ohio e Nord Carolina. Il partito di Obama, invece, conserva il Vermont. Il candidato del Tea Party, Rand Paul, si afferma nel Kentucky. In base ai primi exit poll resi noti dal sito Drudgereport, invece, i repubblicani vincerebbero anche in Wisconsin, Nord Dakota e Arkansas, strappandoli agli avversari. Per quanto riguarda la Camera dei rappresentanti il New York Times stima che la maggioranza vada ai repubblicani. Dato peraltro confermato, in precedenza, da tutti i sondaggi effettuati.

Primo scenario: parità Forse lo scenario più probabile è un Congresso diviso in due, con i repubblicani che conquistano 218 seggi alla Camera (la maggioranza) o anche più; e i democratici che mantengono il controllo del Senato, sebbene con un vantaggio ridotto. Questo vorrà dire che i repubblicani alla Camera potranno approvare le leggi senza l’appoggio di alcun democratico. In questo modo, potranno rapidamente far approvare gran parte della loro agenda, ovvero le misure per abrogare la riforma sanitaria e mettere fine al controllo governativo dei giganti assicurativi, Fannie Mae e Ferddie Mac. Ma se la maggioranza Democratica al Senato rimane sufficientemente forte, i senatori dell’Asinello saranno comunque in grado di bloccare la maggior parte delle misure approvate dalla Camera, creando una situazione di stallo o anche spingendo i due partiti a lavorare insieme. Lo sforzo di estendere i tagli fiscali avviati durante l’amministrazione di George W. Bush, che dovrebbe terminare alla fine di quest’anno, potrebbe essere un primo possibile "compromesso".

Secondo scenario: doppia vittoria del Gop Il partito dell'elefante (repubblicano, ndr) riesce a ottenere i 51 seggi necessari a controllare il Senato (difficile ma non impossibile). Sarebbe un durissimo colpo per il partito del presidente, anche non avrebbero comunque i voti necessari (60) per evitare che i democratici blocchino ogni legge, grazie agli ostacoli procedurali noti come "filibustering" (e ancora ben lontani dai 67 seggi necessari per ribaltare un veto di Obama). Anche in questa eventualità, dunque, Obama potrebbe impedire che un Senato repubblicano ribaltasse i suoi più importanti successi legislativi, tra cui la riforma sanitaria e la regolamentazione del settore finanziaria, opponendo il veto. Ma un Senato repubblicano, che collabora con una Camera repubblicana potrebbe svuotare questi provvedimenti facendo mancare i fondi necessari per far funzionare le riforme. 

Terzo scenario: senato diviso a metà Im questo caso i democratici manterrebbero comunque il controllo perché il vice-presidente Usa, Joe Biden, come presidente della camera alta darebbe sempre al suo partito il vantaggio numrico necessario.

Quarto scenario: i repubblicani stravincono E' un'ipotesi molto difficile ma, comunque sia, va presa in considerazione: i repubblicani conquistano la Camera e ottengono almeno 60 seggi al Senato.  Sessanta seggi è un "numero-chiave" perché consente a chi ha la maggioranza di evitare l’ostruzionismo: i repubblicani dovrebbero fare l’en plein, mantenendo tutti i loro 18 seggi uscenti e conquistando tutti i 19 seggi del Senato democratici.

Serve uno scossone Accantonando per un attimo i sondaggi per capire meglio il futuro dell'America può essere utile dare un'occhiata ai dati rilevati dal Brookings Institution, think tank (tutt'altro che conservatore) che misura lo "stato di salute" degli Usa attraverso un misuratore (How we are doing index) che prende in considerazione diversi indici: crescita del pil, disoccupazione, fiducia dei consumatori, fiducia nel presidente, inflazione. Quattordici statistiche in tutto. La situazione è tutt'altro che allegra: il pil cresce poco (2%), la disoccupazione è al 9,6% (ma sommando la sottooccupazione si arriva al 16,8%). La fiducia (approvazione) per il presidente è scesa dal 54% dell'anno scorso al 45%. Quella per il Congresso è ancora più giù: 19%. L'indice di soddisfazione è inchiodato al 20% (era al 32%): solo un americano su cinque si ritiene soddisfatto per come vanno le cose in generale. C'è pochissima fiducia nel futuro. La speranza nel cambiamento, il "yes we can" obamiano, sembra un ricordo sbiadito, lontanissimo. Una certezza. Tutti, repubblicani e democratici - Obama in testa - dovranno occuparsi di questi problemi una volta archiviate le elezioni. Perché gli Stati Uniti, come tutti i paesi democratici, non possono vivere in uno stato di perenne campagna elettorale.