Le elezioni non servono: il caso Spagna è un flop

Per il <em>Financial Times</em> la scelta di Zapatero di anticipare il voto si è rivelata fallimentare: Madrid mancherà gli obiettivi di bilancio. <strong><a href="http://stage.ilgiornale.it/esteri/standard__poors_taglia_rating_spagna_r... target="_blank">E Standard & Poors taglia il rating della Spagna
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«In Spagna vanno meglio perché hanno le elezioni». La famosa battuta sfuggita a Giulio Tremonti ha fatto il giro del mondo ma, al di là dell’opportunità politica della frase, la verità è che il concetto era semplicemente falso. Sulla prima pagina del «Financial Times» di ieri, casualità vuole proprio sotto una grande foto di Tremonti in parlamento, spiccava un articolo che presentava la vera situazione spagnola, vale a dire quella di un paese che probabilmente non riuscirà mai a centrare i promessi obiettivi di riduzione del deficit, con economia in contrazione, disoccupazione a livelli che per noi sarebbero impensabili, una pericolosissima dipendenza dai finanziamenti esteri e valore degli immobili in continuo calo.

Il ministro delle finanze di Madrid, Elena Salgado, si è affrettata a precisare che il governo ha delle «riserve» pronte per essere utilizzate, provenienti dall’asta delle frequenze telefoniche e da interessi sul debito minori del budget (voce questa alquanto misteriosa) ma, anche supponendo che sia vero, l’obiettivo di un deficit pari al 6% rispetto al Pil appare un miraggio in quanto molti economisti stimano che la Spagna andrà a sforare di circa l’1,5% del suo Pil il target.

Va comunque notato che anche il «miraggio» del 6% del deficit da noi sarebbe visto come una spesa folle, dato che ci siamo impegnati addirittura a raggiungere uno storico deficit zero. Se invece del pareggio di bilancio avessimo un obiettivo del 6%, avremmo da spendere 90 miliardi in più, sufficienti praticamente per lastricare d’oro le strade. Purtroppo per noi le cose non vanno così perché, al contrario della Spagna, dobbiamo subire il peso di un maggior stock di debito pubblico.

In ogni caso, i commentatori locali sono concordi nel definire la situazione pre elettorale spagnola come negativa, in quanto un governo dimissionario non è visto come motivato a raggiungere un qualsiasi obiettivo. Buona parte dei problemi iberici sono stati ovviamente presi al balzo da Standard & Poor’s che si è affrettata a fare l’ennesimo downgrade del debito, citando fra le altre cose la difficoltà dello stato centrale nell’imporre disciplina alle macroregioni autonome.

Come mai allora lo «spread», vale a dire la differenza di rendimento dei titoli di stato rispetto a quelli tedeschi è ancora leggermente a favore della Spagna? Purtroppo la risposta è molto semplice: la liquidità del mercato dei nostri Btp fa si che essi rappresentino le migliori munizioni per chi intende scommettere sulla fine dell’euro e sui default europei. Siamo diventati «a rischio» a seguito della discesa dei nostri titoli avvenuta quest’estate, non a seguito di un peggioramento dei nostri conti, una curiosa inversione di causa ed effetto che indica in modo chiaro come le paure e le regole dei mercati siano molto lontane dalla politica.

L’errore grave sarebbe comunque per i paesi periferici dell’euro il perdersi in una gara tra poveri per il dubbio merito di essere i primi degli ultimi. Il caso Spagna dovrebbe piuttosto essere considerato come l’ennesima prova che insensate misure di austerità in un’economia già stagnante non fanno altro che peggiorare le cose. È semplice macroeconomia di base: sperare di crescere aumentando le tasse (qualsiasi tassa) e tagliando la spesa è come sperare che la mela risalga sul ramo da sola. Impossibile.
Twitter: @borghi_claudio