Elezioni palestinesi, vince Fatah ma il suo dominio è terminato

Buoni risultati anche per gli integralisti di Hamas. Ma dagli Usa Bush avverte: non tratteremo con un gruppo terroristico

nostro inviato a Ramallah
Al Fatah ha vinto. Hamas pure. Il senso delle prime elezioni palestinesi celebratesi nell’era post Arafat è questo. Ieri sera, i militanti dei due principali schieramenti hanno potuto legittimamente levare le braccia al cielo e aprire le dita, come faceva il vecchio Abu Ammar, nel segno della vittoria.
Questo dicono gli exit poll, che attribuiscono al partito del presidente Abu Mazen il 46,4 per cento dei voti e il 39,5 ad Hamas. È il risultato che tutti (Israele e Stati Uniti in testa, che anche ieri, per voce del presidente Bush, non hanno mancato di ribadire il loro rifiuto a trattare con un'«organizzazione terroristica», e ora possono tirare un respiro di sollievo) si aspettavano. Pienamente legittimata dal voto popolare, anche se l’erosione dei consensi è stata importante, Al Fatah potrà ora riannodare quel faticoso, impervio processo di pace che la debolezza della sua attuale leadership (e l’unilateralismo della «dottrina Sharon») avevano affossato.
Notevolmente rafforzata, e con una patente nuova fiammante di soggetto politico da cui non si vede come si potrà prescindere, esce dalle urne anche la creatura dello sceicco guerrigliero buonanima Yassin. E anche questo era nelle previsioni. I dati ufficiali della consultazione saranno resi pubblici oggi, si spera. Ma la forbice del distacco autorizza i dirigenti di Fatah (a meno di clamorose rimonte di Hamas) a dichiararsi vincitori. Anche se la cautela, naturalmente, è d'obbligo.
È stata una competizione leale, svoltasi nell’ordine e nella calma. Come se invece che nei campi profughi e nella ridotta di Gaza, nelle cui officine si fabbricano i missili Qassam, si fosse votato a Copenaghen. E la massiccia, entusiastica partecipazione al voto (quasi il 78 per cento degli aventi diritto) è stata un esempio bruciante di autentica partecipazione popolare per tutti i Paesi arabi. Una giornata di «celebrazione della democrazia», hanno dovuto riconoscere anche gli inviati della Cnn che hanno lodato l'impeccabile svolgimento della consultazione. Nessuno ha sparato a nessuno, e anche i soldati israeliani, com'era stato promesso, sono rimasti al largo.
Un voto per il cambiamento. E la fine dell’egemonia di Al Fatah, che per decenni ha menato la danza senza uno straccio di opposizione in Parlamento. Questo, a un primo sguardo, sembra di poter osservare di fronte alla massiccia affermazione di Hamas. I 58 seggi conquistati (contro i 63 di Fatah) sono un bottino che premia la campagna elettorale degli «irredentisti» di Hamas, tutta giocata contro la corruzione che è incistata come un verme nel vecchio corpaccione del partito fondato da Arafat e contro il caos e l'insicurezza diffusa nei Territori.
Per tamponare la prevedibile emorragia di voti, Al Fatah si era affidata (e probabilmente ha visto giusto) al popolare Marwan Bargouti, figura più in vista tra i riformatori che ora potrà barattare un atteggiamento più clemente da parte di Israele (che lo tiene sotto chiave, con cinque ergastoli sul gobbone).
Resta l'incognita Hamas, a sua volta divisa fra quanti non disdegnerebbero una partecipazione al governo, e quelli che propugnano la resistenza a oltranza. Dall’atteggiamento dei loro leader (che oggettivamente dovrebbero essere più interessati, ora, a consolidare il loro potere puntando a qualche ministero, e guadagnarsi l'immagine di forza politica matura) dipenderà il futuro della regione. Vedremo un governo di unità nazionale, come preconizzava alla vigilia del voto l'ergastolano Bargouti? O Al Fatah, cedendo alle pressioni internazionali (e rischiando però la guerra fratricida in casa) punterà a una coalizione senza Hamas, che rifiuta di disarmare le proprie milizie? La partita più interessante comincia solo ora. E si vedrà se Abu Mazen, questo re Tentenna sul cui futuro politico nessuno giocherebbe un soldo, sarà capace almeno a fare uscire Hamas dall'angolo morto di una resistenza sterile e senza vie d'uscita.