«Elezioni truccate», 22 morti ad Addis Abeba

La polizia apre il fuoco dopo tre giorni di manifestazioni Centinaia di arrestati, tra cui leader dell’opposizione

Povero obelisco di Axum. Ha lasciato l’Italia, dove non stava poi tanto male, per essere rimpatriato e testimoniare al popolo etiopico sia i valori dell’antica civiltà del Paese che fu della regina di Saba, sia i valori della moderna democrazia, visti nella Roma post-fascista e repubblicana. Missione impossibile, almeno così pare, perché l’Etiopia soffre anch’essa del mal d’Africa, che ai giorni nostri altro non è se non la mancanza di libertà, di rispetto dei diritti umani. E ieri, nella capitale Addis Abeba, ne abbiamo avuto l’ennesima conferma: la polizia ha ucciso 22 tra studenti e attivisti dell’opposizione che protestavano contro i presunti brogli delle elezioni politiche del 15 maggio scorso. Alto, anche se imprecisato il numero dei feriti. Centinaia gli arrestati.
Il sanguinoso bilancio arriva nel terzo giorno di manifestazioni antigovernative. Lunedì e martedì le forze dell’ordine non avevano aperto il fuoco, si erano limitate a manganellare e sbattere nelle luride galere della capitale circa 600 dimostranti. A organizzare i cortei era stata la Cud (Coalizione per l’unità e la democrazia), che contesta l’esito del voto. Dei 547 seggi parlamentari, 320 sono andati al governativo “Fronte popolare etiopico della democrazia e della rivoluzione” (Eprdf) e circa 200 al raggruppamento dell’opposizione. Un balzo in avanti straordinario, considerando che nell’Assemblea uscente gli avversari del primo ministro e signore del Paese, Meles Zenawi, contavano soltanto 20 deputati. Si tratta di stime provvisorie poché gli scrutatori sono ancora al lavoro. I risultati definitivi, dice il ministero degli Interni, saranno annunciati l’8 luglio.
Passare da 20 a 200 rappresentanti dovrebbe costituire un successo. Ma per i dirigenti della Cud, alcuni dei quali sono stati messi agli arresti domiciliari, non è così: ritengono, sulla base delle loro informazioni, di avere conquistato la maggioranza del Parlamento e accusano di brogli l’Eprdf. I sospetti, stando a fonti occidentali, non sono campati in aria. Durante gli scontri con la polizia i dimostranti hanno distrutto sei autobus, danneggiato negozi e distribuito volantini esortanti allo sciopero generale. Ieri sera il monito del regime: «Reprimeremo con durezza nuove manifestazioni».
Voci non confermate riferiscono che anche altre città del Paese sono state teatro di incidenti. La situazione politica è stata finora saldamente in pugno al governo, che dispone di una capillare rete di polizia e informatori (ereditata dal regime marxista di Mengistu, rovesciato da Zenawi nel 1991), ma se il premier e i suoi cominciassero a vacillare e in seguito si instaurasse un vuoto di potere, le conseguenze potrebbero essere gravi, sia nei rapporti interni che con quelli degli Stati confinanti. Gli sviluppi vengono seguiti con grande attenzione nelle cancellerie: una destabilizzazione del Paese rischia di ritrasformare il Corno d’Africa in polveriera.
L’Etiopia conta più gruppi etnici; è divisa tra musulmani e cristiani copti; la povertà in alcune regioni è tremenda; a nord, inoltre, gli eritrei tentano sempre di sobillare le popolazioni d’oltreconfine e di impossessarsi di zone contese. Per quanto riguarda gli altri Stati limitrofi, il processo di pace che si sta evolvendo in Somalia dipende in modo determinante dalla volontà etiopica. Anche in Sudan l’accordo raggiunto tra Khartum e i ribelli cristiano-animisti del Sud è collegato all’appoggio di Addis Abeba ai sudisti.
L’8 luglio, giorno in cui saranno resi noti i risultati delle elezioni etiopiche, si chiuderà in Scozia il G 8, vertice al quale il premier inglese Tony Blair proporrà la cancellazione del debito dei Paesi africani. Non sarebbe male ancorare questo munifico regalo al rispetto della democrazia nel Continente Nero.\