Elezioni Usa, Bush gioca la carta delle tasse

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Per Bush la maratona elettorale è già entrata in dirittura d’arrivo. Si è trasformata in uno sprint. Undici giorni da qui al voto, ogni giorno il presidente è impegnato di persona in almeno un comizio ai quattro angoli dell’America. Come se fosse un candidato qualsiasi, lui che candidato non è. Non è la prima volta che un inquilino della Casa Bianca si impegna a fondo in una campagna elettorale di «medio termine», che non lo riguarda direttamente ma vede in palio la composizione del Congresso. Ma la congiuntura, interna e soprattutto internazionale, danno al voto del 7 novembre 2006 una «carica» particolare, una particolare urgenza. Il vento della campagna elettorale ha soffiato nelle ultime settimane nelle vele dell’opposizione democratica: i seggi (soprattutto alla Camera, ma anche al Senato) che erano considerati «incerti» scivolano nei sondaggi nel campo democratico, seggi ritenuti sicuri o quasi per i repubblicani diventano «incerti». A smentita della saggezza convenzionale secondo cui «ogni elezione è locale», i democratici hanno concentrato il fuoco sul «partito di Bush», cercando di collegare i singoli candidati repubblicani a un presidente impopolare. Che avrebbe potuto trarne una di queste due conseguenze: ritirarsi e nascondersi «per il bene del partito», oppure passare al contrattacco in prima persona. Bush ha scelto questa seconda strategia. Ha debuttato ieri nell’Indiana (uno Stato che di solito è saldamente repubblicano), ha il prossimo appuntamento nel South Carolina, altra terra quanto mai conservatrice. Il suo disegno è chiaro: per «salvare» il suo partito (e risparmiarsi il danno e gli imbarazzi di altri due anni di una presidenza che diverrebbe «minoritaria») può giocare una carta sola: mobilitare il settore più «solido» del suo elettorato, puntare su un’affluenza alle urne massiccia (più del solito, perché l’affluenza repubblicana è normalmente più elevata di quella democratica) e concentrare l’attenzione su pochi temi, i più tradizionali e i meno controversi. Nell’Indiana Bush ha parlato di economia, più particolarmente di tasse. Ha ricordato che la diminuita pressione fiscale è all’origine della notevole crescita economica degli ultimi anni. «Tagliare le tasse è un rimedio che ha funzionato. I democratici si preparano invece ad aumentarle e, se riprenderanno il controllo del Congresso, lo faranno al più presto». E in effetti il partito d’opposizione critica da tempo la struttura fiscale dell’America come «sbilanciata in favore dei ricchi» e si prepara a «riequilibrare il carico», probabilmente attraverso l’eliminazione delle diminuzioni di imposta alla prossima scadenza. Una manovra che Bush definisce «retroattiva» e «pericolosa». Nel portare il discorso sull’economia il presidente ha due buone carte da giocare oltre al bilancio a lungo termine: la rapida diminuzione del prezzo della benzina, accolta da molti americani come un importante sollievo, e la quota record toccata nei giorni scorsi dagli indici azionari a Wall Street. L’opposizione insiste invece sul deficit di bilancio, salito ad altezze astronomiche anche in conseguenza delle guerre in corso, e della bilancia dei conti con l’estero. La crescita economica ha rallentato bruscamente nelle ultime settimane, ma anche dimezzata all’1,6 per cento è considerata robusta.