Elezioni Usa, un fiume di dollari e colpi bassi

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

Soldi, promesse, notizie e voci, soprattutto scandali. È la materia prima di molte campagne elettorali, ma quella che culminerà martedì nel voto per il rinnovo del Congresso e di numerosi governatori di Stati Usa minaccia di battere ogni record, certamente per quanto riguarda una consultazione che non comprende la Casa Bianca.
Come spese, intanto: fra il 2004 e il 2006 i contributi incassati dai partiti e dai partiti spesi sono aumentati di un vertiginoso 34 per cento. Ma non solo. Anche gli spot elettorali sono da primato: nella sola pubblicità televisiva dei candidati sono stati investiti complessivamente 2 miliardi di dollari, 400 milioni in più che alle presidenziali del 2004. E tutto questo per una campagna elettorale ufficialmente di serie B, «scaldata» dalla sua trasformazione in un referendum sulla guerra in Irak. Argomento ripetuto a martellate, soprattutto negli ultimi giorni dai democratici, che sembra stiano facendo breccia nel bunker bushiano del «non cambieremo rotta».
Le polemiche riempiono di colpi di scena le ultime ore, grandi e piccole, «pilotate» o no. Difficilmente è per caso che fonti simpatizzanti con l’Amministrazione abbiano messo in circolazione proprio ieri un documento, ripescato in qualche archivio di Bagdad, che potrebbe anche essere letto come una «guida» alla costruzione di una bomba atomica da parte di Saddam Hussein, anche se quasi vent’anni fa. Dopotutto, nel 2003, allora, c’era qualche motivo per lanciare la guerra. Difficilmente è un caso che proprio a tre giorni dalle elezioni sia scoppiato lo scandalo sessuale più clamoroso dell’anno: la denuncia da parte di un «prostituto» di una relazione «puramente fisica» e a pagamento durata tre anni con il presidente dell’Associazione nazionale degli evangelici, praticamente il leader di una delle più potenti organizzazioni protestanti degli Stati Uniti e un amico politico del presidente Bush. È il reverendo Ted Haggard, pastore di una megachiesa del Colorado e leader di un’organizzazione-ombrello che comprende 15mila chiese con 30 milioni di fedeli. Haggard era anche un frequentatore assiduo della Casa Bianca. Si è dimesso in attesa di un’inchiesta e ha smentito le accuse, anche se «non proprio tutte», secondo quanto riferito dal suo braccio destro, che ha ereditato da lui il bastone di comando.
Le rivelazioni potrebbero danneggiare i repubblicani, perché si aggiungono allo scandalo del deputato della Florida Foley, molto religioso, leader del movimento in difesa dei minorenni e di cui sono state scoperte relazioni con numerosi «paggi» della Camera, e soprattutto perché potrebbero ridurre l’affluenza alle urne degli evangelici, un settore dell’elettorato particolarmente conservatore, il più vicino all’attuale leadership repubblicana.
Non è un caso che il sindaco, democratico, di Houston (la città di Bush) abbia concepito un piano per aumentare martedì l’affluenza dei ceti più poveri, i più portati all’astensione: aveva deciso di cambiare il luogo dove si distribuisce il vaccino antinfluenzale, spostandolo ai seggi elettorali. I repubblicani si sono opposti e l’idea è svanita. Non è neppure un caso, forse, che proprio ieri sia stato diramato uno dei bollettini mensili più importanti sullo stato dell’economia: riguarda l’occupazione: 92mila nuovi posti di lavoro in ottobre, la disoccupazione al minimo negli ultimi cinque anni e mezzo.
Ci sono insomma molti «casi» e il prossimo potrebbe riguardare il destino di Saddam Hussein. Almeno è così che la pensa l’ex dittatore in attesa di sentenza. «Volete vedere - ha detto attraverso uno dei suoi avvocati - che mi condanneranno proprio alla vigilia delle elezioni in America?».
È certo che Bush non lascia niente di intentato nel suo sforzo finale per raddrizzare le sorti del suo partito, che secondo numerosi sondaggi sarebbe sul punto di perdere la maggioranza alla Camera e correrebbe seri pericoli anche in Senato. Il presidente è impegnato in un blitz in dieci Stati, quelli in cui il risultato è più incerto: Arkansas, Colorado, Florida, Iowa, Kansas, Missouri, Montana, Nebraska, Nevada e Texas, tutti più o meno investiti dallo spostamento in favore dei democratici. Anche per quanto riguarda i governatori, oggi repubblicani nella maggioranza degli Stati. Ma martedì il rapporto di forze potrebbe capovolgersi.