ELIADES OCHOA Ricordando Buena Vista

L’artista assicura: «Il successo al cinema non ha cambiato il mio modo di fare musica»

Antonio Lodetti

Ormai sono entrati nel mito, in un luogo dello spirito che rivive attraverso le suggestioni e la sensualità del loro canto e delle loro musiche. Parliamo dei «superabuelos», i «supernonni»: Compay Segundo, il più carismatico (negli anni Venti conobbe persino Caruso cui disse: «Se avessi la tua voce e abbastanza cultura canterei l’opera»), Ibrahim Ferrer, il più ironico e gli altri eroi che - grazie a Wim Wenders e al film Buena Vista Social Club hanno affascinato il mondo con il son, il bolero, il mambo, il cha cha cha e la «trova», la antica musica folklorica dei Caraibi. Compay e Ibrahim se ne sono andati, la gloriosa balera Buena Vista da anni e anni è stata spazzata via dall’Avana, ma tra coloro che portano avanti la tradizione c’è il «giovane» Eliades Ochoa, chitarrista e protagonista di Buena Vista, che domani sera si esibisce al Festival Latinoamericando.
Cappello Stetson da cowboy perennemente calato in testa Ochoa è un mago della chitarra cubana (tres) e il tedoforo di antichi suoni che affondano radici nell’humus afrocubano, nella Guaracha, nella Guajira, in quei suoni da trovatori che profumano di jazz e di blues. «Cuba è il crocevia dei suoni del mondo - dice Ochoa - lì tra dolcezza e violenza, tristezza e malinconia, gioia e dolore si creano cocktail sonori imprevedibili, pescando tra ritmi e melodie che vanno dalla rhumba al sucu sucu». Esploso col carrozzone di Buena Vista, Ochoa suona da sempre, da filologo e artista popolare, la musica con cui è nato e cresciuto in una famiglia contadina. Dal 1978 è elemento di spicco del Quarteto Patria, un’istituzione dell’Isola con cui spesso collaborano star come Ry Cooder (uno degli artefici della riscoperta di Cuba e di Buena Vista), Manu Dibango (con cui ha inciso l’album tra jazz e world music Cubafrica), l’armonicista blues Charlie Musselwhite con cui ha riletto in una splendida versione la famosa Chan Chan, David Hidalgo dei Los Lobos e molti altri. «Dopo i dischi e il film la mia vita è cambiata ma non il mio modo di suonare ed interpretare la vita. Sono felice di essere conosciuto in tutto il mondo ma non cambio stile, anche se amo confrontarmi con la tradizione di altri paesi. Con il blues per esempio, o con la tradizione americana di Ry Cooder. C’è chi dice che il film di Wenders sia stato un’operazione commerciale. Noi però abbiamo fatto quello che sappiamo fare; abbiamo suonato davanti alle telecamere o nei grandi teatri americani come se fossimo in una piazza dell’Avana. Questa è la nostra forza. Così abbiamo portato in giro il tesoro musicale della nostra Terra, facendolo scoprire soprattutto ai giovani. Altrimenti la nostra cultura sarebbe morta».
Così Eliades Ochoa ha inciso dischi come Sublime illusion (il più famoso con Ry e Joachim Cooder, Musselwhite e Hidalgo), Eliades & Compay, Son de Hidalgo con il Quarteto Patria e il più recente A la casa de la trova, e tenuta viva l’anima di canzoni come Chanchaneando, La venganza de Perico, Se solto un leon, Saludo compay, caminito de Zaza, Volver o Maria Cristina, classico di Nico Saquito, mitico autore di moltissime delle più celebri melodie cubane.
Così Ochoa rivive per se stesso e tramanda a noi i mambo del leggendario pianista cieco Arsenio Rodriguez, del trovatore Sindo Garay, dell’eroe della musica contadina e della «guajira de salon» Guillermo Portabales nonché quello dei suoi amici Compay e Ibrahim. «Ma tutti loro sono sempre qui al mio fianco - puntualizza infine Eliades Ochoa - mi danno la forza di continuare e di trovare sempre dei nuovi stimoli».