Eliminiamo le note critiche per ascoltare meglio i poeti

Capitò, una volta, che a scuola qualcuno portasse una edizione non purgata delle poesie di Catullo. Datasi pubblica lettura dei testi più osceni («Pedicabo ego vos et inrumabo»), la più timida e diligente della classe insorse indignata: «Questo non è Catullo: lui non ha mai scritto queste cose!». Già, nel contesto di una sana classe liceale quello non era, non poteva essere Catullo. Perché la scuola ha una sua idea di quello che sono i classici: educatori, portatori di valori supremi e messaggi sublimi, specchio della società. Ma mai qualcosa di semplicemente bello, che ti appassiona, e si può leggere così com’è, perché alla fine di mediazioni non ce ne vogliono tante per capire Anna Karenina che si butta sotto un treno per disperazione o gli amanti diabolici Clitennestra ed Egisto che fanno fuori il marito inopportunamente tornato vivo dalla guerra.
Cosa sia esattamente un classico, in verità, non lo sappiamo ancora e forse non lo sapremo mai. Ma sicuramente è qualcosa che riesce a passare indenne da tutte le griglie di lettura, un tempo magari storicistiche e marxisteggianti, poi formaliste e strutturalistiche, e ora non si sa più come, ma sempre applicate con astratto furore critico per imbrigliare la forza immediata delle parole dei grandi. Ha detto Roberto Denti, saggio guru della letteratura per ragazzi: «Se a tutti gli adulti fosse stato imposto di compilare una relazione sul Codice da Vinci, quanti lettori avrebbe avuto Dan Brown?». E allora perché chiedere a un giovane la stessa ammorbante operazione su Dante o Manzoni? Ciò che respinge non sono i classici, ma l’apparato che li soffoca, le note critiche, le schede di lettura. Le sovrainterpretazioni, che prendono il posto di un umile lavoro di traduzione, non solo linguistica. A una rappresentazione della Medea, quando Giasone dice alla sposa tradita «Non fare la pazza, accetta che mi risposi, ho tanti soldi, te ne darò a piene mani perché tu faccia una vita comoda con i tuoi figli», una spettatrice protestò: «Che vergogna, attualizzare così Euripide: sembra la storia di un banale divorzio». E invece quelle parole erano proprio di Euripide (verificate: versi 609 e seguenti) e parevano fuori luogo solo rispetto all’idea imbalsamata della tragedia greca che era stata propinata alla sprovveduta spettatrice. Lo prova il fatto che, quando si riesce ad avvicinare un giovane ai testi, senza prefazioni e premesse, la forza dei classici vince sempre. A chi scrive è capitato di dover confrontare, davanti ai suoi studenti, la storia di Fedra ricostruita da Euripide nell’Ippolito con la versione attualizzata di Sarah Kane, icona del teatro contemporaneo, scapigliata e sopravvalutata rappresentante di una drammaturgia che dovrebbe piacere ai giovani. Ebbene, tutti alla fine concordavano sul fatto che Euripide li toccava più da vicino, li riguardava più direttamente. «Le opere d’arte - diceva Jorge Luis Borges - sono tutte contemporanee». Iniziamo a buttare via le storie della letteratura, e vedrete che i giovani leggeranno più classici.