Elio in prima assoluta ricordando l’Olocausto

Non c'è pace tra le note. Sul tavolo di comando del Piermarini rimbalza il problema del direttore musicale. Claudio Abbado promette di tornare alla Scala a patto che il suo cachet ammonti a 90mila «alberi». La città, che vuole prendere la sfida ecologica sul serio, si dice pronta a dar mano alla zappa. Naturalmente Stéphane Lissner sarebbe felice di riavere anche Riccardo Muti, andrebbe ovunque per chiederglielo. Non lo trova. Il maestro risponde che lui non s'è trasferito in un igloo e che non sarebbe poi troppo disagevole arrivare in quel di Piacenza dove, con cadenze ravvicinate, è impegnato nell’addestramento della «nuova» Cherubini. Cecilia Chailly, figlia di Luciano e sorella dell’altro Riccardo, ce l’ha con la classica che emargina le donne. Lei compresa, che pure era prima arpa della Scala a soli 17 anni. Per scegliere in seguito l’immersione nella maggior libertà e autonomia del crossover musicale che assembla i generi più diversi, dal pop, al rock, al teatro-canzone.
Più o meno lo stesso ambito, per intenderci, nel quale agiscono ciascuno a suo modo altri due eroi del tempo presente di solida preparazione accademica che non intendono rinnegare. Giovanni Allevi pianista e compositore «troppo pop», e Stefano Belisari in arte Elio (quello delle Storie Tese) incarnazione della trasgressione. Entrambi santificati da sacrosanti e plurimi diplomi di Conservatorio. Il nostro. Non ci illudiamo che Abbado torni con la sua foresta di Birnam, né che Muti possa dimenticare tanto presto l'offesa dei suoi «figli» scaligeri. Quanto a Cecilia ha fatto altre scelte. In cambio ci troviamo davanti a un Allevi «istituzionale» protagonista del concerto di Natale in Senato. Dove miete illustri applausi e soprattutto astrali indignazioni. E a un Elio che sta approdando alla Scala. Alla Scala? Elio? Sissignori. Apriti cielo.
Messe da parte le canzonacce, e non senza precedenti di nome Rossini Opera Festival o Orchestra di Toscana, domani il nostro è infatti al Piermarini nelle più seria (e drammatica) delle ricorrenze. È infatti la voce recitante (testi di Luciano Violante, proprio lui, il magistrato ed ex-presidente della Camera dei Deputati) nella prima assoluta di «Memoria», di Luca Lombardi. Brano per recitante e quattro strumenti (le tre prime parti della Filarmonica Fabrizio Meloni clarinetto, Klaidi Sahatci violino e Alfredo Persichilli violoncello accanto al pianista Roberto Prosseda) sul delicato tema dell’olocausto che torna anche nel programmato «Quatuor pour le fin du temps» scritto da Olivier Messiaen nel 1940, in un campo tedesco della Slesia. Il concerto di «Invito alla Scala» (ore 15) prelude infatti alle celebrazioni del 27 gennaio, il giorno della memoria. Storico e immanente l'omaggio di Lombardo (Violante si ispira parzialmente a Primo Levi) e teologico-filosofico quello di Messiaen.
Consumata la profanazione del tempio, di sera torna la normalità. Tocca infatti al secondo appuntamento con la stagione dei filarmonici (ore 20), che dopo il tumultuoso debutto con Barnboim decentrato al Conservatorio (scioperavano i macchinisti, ndr), riconquistano il Piermarini. Sul podio della Filarmonica Daniele Gatti. Con lui la Terza di Brahms, il Poema Sinfonico Don Juan di Richard Strauss e i Tre Pezzi per orchestra op.16 di Alban Berg. Un pacato e affascinante excursus dal tardo romanticismo brahmsiano alla svolta impressa da Berg (che nel 1913/14 dedica i Pezzi a Schönberg) attraverso la sontuosa stagione straussiana.