Elite pericolose

L’ombra lunga della scissione socialista di Livorno del 1921 colpisce ancora. Qualche sera fa in una trasmissione televisiva in seconda serata su Raiuno Massimo D'Alema, incalzato dai giornalisti, ha spiegato che all'alba del terzo millennio il socialismo europeo è inadeguato a governare i nuovi fenomeni e i nuovi bisogni che si affacciano in Europa e nel mondo. C'è bisogno di una grande alleanza riformista mondiale, ha concluso l'ex presidente del Consiglio, capace di uscire dal tradizionale solco socialista e di fondersi con altre culture politiche. Sembra quasi di sentire, questa volta però da destra, il disprezzo di Amedeo Bordiga verso il socialismo di Filippo Turati quando si consumò, per l'appunto, la scissione di Livorno. Noi siamo tra i pochi che guardano sempre con rispetto i processi politici ovunque essi si svolgano, ma diventa difficile non vedere in questa uscita del più rappresentativo tra i diessini la lunga coda del «disprezzo politico» dei comunisti verso il partito socialista, le sue tradizioni e i suoi leader, ieri Turati, Matteotti, i fratelli Rosselli, poi Pietro Nenni e Giuseppe Saragat e infine Bettino Craxi. Un disprezzo politico chiaro e forte nel '21, più garbato oggi, accentuato com'è dalla parola «inadeguatezza». È questo il cuore pulsante degli eredi del comunismo italiano che li spinge a immaginare un nuovo partito, quello democratico, insieme a quei democratici-cristiani guarda caso uniti nel disprezzo verso i socialisti e che negli anni '80, sotto la guida di Ciriaco De Mita, furono tra quanti contestarono con più forza la politica dei socialisti di Bettino Craxi. Ecco, dunque, spiegato il salto culturale e politico del post comunismo che non potendosi più chiamare così, rifiuta di evolversi verso l'area socialista tradizionale e persegue il disegno del generico partito democratico, che alla fine, tanto generico, poi, non è. Massimo D'Alema e parte del gruppo dirigente diessino, infatti, non sono soli in questo saltellante processo politico che punta all'approdo del partito democratico. D'Alema e Fassino sono accompagnati, e forse anche portati per mano, da quella cultura politica del vecchio partito d'azione che non ha mai fatto mistero della sua viscerale idiosincrasia verso la Democrazia cristiana, all'epoca ritenuta solo un alleato necessario per battere il comunismo internazionale, e del suo desiderio di guidare un fronte politico alternativo. Quella cultura politica azionista ha dalla sua parte la forza del denaro della grande borghesia finanziaria e di gran parte della grande stampa d'informazione che ogni giorno sguinzaglia i più prestigiosi opinionisti per tessere le lodi del futuro partito democratico. E tanto per mettere la ciliegina sulla torta, Carlo De Benedetti si è subito precipitato a benedire quel partito che ancora non c'è e a collocarne le sue fortune non sulle spalle di Prodi ma su quelle di altri due uomini politici, Veltroni e Rutelli, guarda caso entrambi né comunisti né socialisti né democristiani. Se ci aggiungete l'intenso rapporto che questo processo politico ha con alcuni circoli americani, come ha dichiarato Massimo D'Alema nella trasmissione televisiva ricordata, il quadro è completo. La cartina di tornasole che conferma la nostra analisi sta nel fatto che gli stessi socialisti di Boselli, sino a ieri accesi sostenitori del partito unico dell'Ulivo, hanno subito preso le distanze dall'ipotesi del partito democratico il cui odore antisocialista si sente lontano un miglio. Non siamo noi, certamente, i difensori d'ufficio della tradizione socialista che non ci appartiene ma è fuor di dubbio che il partito democratico, ove si dovesse realizzare, finirà per essere un impasto di culture diverse fuori dalle famiglie politiche europee unite solo dalla gestione del potere e dalla forza del denaro e dei grandi organi d'informazione, elementi da soli assolutamente non sufficienti per dare e mantenere quel profilo politico necessario ad un partito di governo. Ciò che questo processo politico sta mettendo in moto non esiste in nessun altro Paese europeo dove la politica resta ben distinta dal potere economico anche se, naturalmente, reciprocamente condizionata. Un'autonomia che consente alla politica di avere negli altri Paesi grandi partiti di massa e di farsi carico con successo della crescita economica e civile delle rispettive società nazionali e della parte più debole della popolazione. Il partito democratico (pronti sempre ad esaminare ragioni contrastanti con la nostra analisi) sarà, invece, solo il braccio armato di un potere economico e finanziario senza anima e senza progetto. Non suoni offesa per nessuno, ma i protagonisti di questo nuovo processo politico sono gli stessi che attivarono il vento dell'antipolitica all'inizio degli anni Novanta con quel giustizialismo devastante che tutti ricordiamo. Quel vento spazzò via i partiti di governo ma anche la politica tout-court e, come sempre capita nella storia dell'uomo, il tramonto della politica ha portato dietro di sé il declino del Paese. Chi ieri attivò e cavalcò quel giustizialismo e quel vento dell'antipolitica, ne rimase travolto e oggi ritorna, con il partito democratico, allo stesso progetto politico, uguale negli obiettivi e finanche negli uomini. Fallì allora e crediamo fallirà rapidamente anche oggi. E di questo dovrebbero tener conto quelle forze sociali sulle spalle delle quali sarà posto il costo terribile di una gestione elitaria del Paese.