ELLIOTT ERWITT Emozione e ironia in bianco e nero

Un cerchio incornicia un occhio, una macchia scura sporca l’altro. L’espressione è quella un po’ stupita e bizzarra con la quale andava spesso in giro. Per questo suo autoritratto, Elliott Erwitt ha optato per un naso da clown, quasi a voler accentuare quel suo bisogno pirotecnico di creare emozioni in chi lo osserva. Regge in mano una Canon F1, quella fotocamera tante volte usata per le sue inconfondibili inquadrature intrise di ironia. Un’ottantina di scatti del fotografo americano (nato a Parigi nel 1929 da genitori di origine russa) sono ospitati allo Spazio Forma, per proseguire con il percorso dedicato alla ritrattistica in fotografia inaugurato da Contrasto con le mostre «Faccia a Faccia» e «Mandela, ritratto di un uomo». «Elliott Erwitt. Io e gli altri», questo il titolo dell’antologica a cura di Alessandra Mauro, propone una carrellata di volti noti e no: dalla famosa foto di Kruscev e Nixon che discutono nella Mosca del 1959 a quella di Marilyn Monroe che legge il copione sul set del film «Gli Spostati», sguardo languido, sorriso morbido e ricci che svaporano sulla fronte. Della collezione esposta fanno parte anche le immagini di Arnold Schwarzenegger o Grace Kelly, Marlene Dietrich o Marlon Brando e altri divi dello spettacolo, oppure il celebre scatto che ferma per sempre Fidel Castro all’apice della sua fama internazionale, di cui l’autore ha saputo cogliere l’aria sognante da ragazzetto. Raramente Erwitt si è dedicato alla ricerca sul panorama o sull’architettura. Già nel 1953 divenne membro della celebre agenzia Magnum Photos fondata da Capa e Cartier-Bresson. Lui percorreva il mondo osservando le persone. Gli interessavano. Le immortalava in pose buffe, riflesse nelle vetrine, tra la folla, scelte per un’espressione intensa o un gesto divertente. «Non mi interessano i paesaggi, ma la gente», amava affermare. «Voglio che la gente reagisca alle mie foto emotivamente e non cerebralmente. Non mi importa se dopo le mie foto vengono analizzate, ma voglio che prima ci sia un contatto emotivo». Faceva così anche nei musei, o quando inquadrava luoghi, cose, animali. Come i cani, famosissimi, di tutte le razze e in ogni possibile posizione. Usò il medesimo approccio anche con se stesso. Gli autoritratti sono sempre in bilico tra presa in giro e malinconia. Propose se stesso solo o circondato da amici, a volte mascherato altre addirittura camuffato e irriconoscibile riflesso negli occhiali a specchio di un soldato, in un interscambio continuo tra chi fotografa e chi è fotografato, tra l’io e gli altri. Fu un poeta umanista dell’obiettivo, grande interprete del momento colto “al volo” e sempre impegnato a dire la sua, come una pettegola. La più ampia retrospettiva che Contrasto gli dedicò nel 2004, si intitolava «Snaps», scatto, e si concentrava proprio su questo aspetto. Il suo sguardo è complesso, la sua personalità ponderata, eppure il prodotto risulta semplice, colto casualmente, e di immediata comprensione, come nessun altro fotoreporter riuscì mai a fare.