Ellison, il musulmano eletto dagli ebrei «L’islam non è dei fondamentalisti»

Era cristiano, è il primo deputato Usa islamico. L’hanno votato pure i «nemici»

Giuseppe De Bellis

nostro inviato a New York

Keith Ellison ha già capito come funziona. Lo slogan, innanzitutto: «Ognuno conta, ognuno è importante». L’ha detto ogni giorno per sei mesi, nella campagna elettorale che l'ha portato a bussare alla storia: primo parlamentare musulmano degli Stati Uniti d'America. Allora la prima domanda dev’essere questa: come si sente? Banale. Con Ellison un po’ meno, perché la risposta non è così scontata: «Abbiamo vinto un'elezione chiave. Anzi abbiamo fatto anche di più: abbiamo dimostrato che un candidato può condurre una campagna positiva al cento per cento. Senza colpi bassi e senza vigliaccate. Come mi sento allora? Bene. E ancora meglio perché abbiamo vinto contro un opposizione dura, ma corretta». Abbiamo, abbiamo, abbiamo. Il plurale è un obbligo per Keith. È un trucco, come quello dello slogan: far capire a tutti che lui è uno come gli altri, fede a parte, che ragiona con la collettività. Con l'America tutta, non con quell’America lì che un po’ crea diffidenza perché si rivolge alla Mecca ogni giorno per pregare. «Noi stiamo lavorando per un Paese dove ognuno possa dire la sua su ciascun argomento e dove la pace sia il principio guida».
Buono e un po’ buonista, Keith. Gli serve: «La cosa più bella è che ho lavorato con tante gente di diverse religioni. Come una famiglia sotto il nome di dio. Abbiamo avuto con noi gente di tutti gli orientamenti religiosi, colori, culture. Abbiamo celebrato la vittoria tutti insieme. Questa mi sembra una cosa straordinaria». Keith Ellison è nato cristiano, ha deciso di convertirsi quando era già grande: «È stata una scelta solamente religiosa. Sono cresciuto con una cultura divisa tra le fedi cattolica e musulmana. E la passione per la politica me l’ha trasmessa mio nonno che era un attivista per i diritti civili che ha lavorato a lungo nel Sud degli Usa, quando la vita degli afroamericani al Sud era difficile». La politica non c’entra con la religione, dice. E deve puntualizzare il concetto: «L’islam non è solo dei fondamentalisti. Non tutti i musulmani sono violenti». La storia non gli interessa, anche se fa fatica a nascondere l'orgoglio della sua prima volta. Se gli si chiede perché s’è candidato, però, Ellison ha un’altra risposta. A Washington ha scelto di andarci perché ha in mente due o tre cose che gli sembrano interessanti: «La mia campagna è stata puntata a dimostrare che noi siamo più importanti delle differenze che ci dividono. Siamo diversi, ma abbiamo tutti bisogno di pace. Abbiamo bisogno di un programma di assistenza sanitaria universale e dobbiamo fare in modo che la middle class torni a contare. Bisogna alzare la paga minima per ridare dignità a tutti, anche ai più poveri».
La religione è un dettaglio. Però tocca l’Irak: «C’è bisogno di una nuova politica sull’Irak. Dobbiamo oltrepassare la follia di questa guerra. Tutto questo non ha colore, né fede». Ci gira intorno, ma poi ci arriva: «Sì, io sono per il ritiro immediato delle truppe americane dall’Irak». Non è l’unico, a volerlo. Però adesso che è al Congresso da primo musulmano Ellison capisce che la situazione è cambiata. Allora spiega quello che farà da deputato: «Se ci sarà da votare il ritiro delle truppe io dirò di sì. Non è da escludere che possa presentare un progetto di legge. Ma non farò solo questo: voglio essere il rappresentante delle minoranze. Durante la campagne elettorale sono andato a bussare alle porte. Dei musulmani, innanzitutto. Ma anche degli afroamericani, dei somali, dei mediorientali, degli ebrei. Non ho chiesto a che religione appartenessero. Gli ho chiesto se volevano avere più peso in America. Mi hanno risposto di sì. Vogliono contare di più in questo Paese, perché questo Paese è anche loro».