Elmi, svastiche e divise da Ss è la moda choc del nazismo

Con il boom dei film sul Terzo Reich il pubblico riscopre un lato oscuro della storia. E il mercato ne approfitta. Su internet è caccia all’originale, ma in Asia il falso è riprodotto ad arte

Nelle edicole tedesche le ristampe dei giornali del Terzo Reich si vendono da poco tempo, ma in Italia le proposte di fascicoli sul nazismo si susseguono, in crescendo, da almeno dieci anni. Dal '99 ad oggi, la produzione di film, fiction e documentari in cui sventola la svastica, si è quadruplicata rispetto al decennio precedente. E al cinema sbarca l’atteso e discusso colossal Operazione Valchiria, di Brian Singer con Tom Cruise nei panni dell’ufficiale Claus Von Stauffenberg, cioè l’uomo che voleva uccidere il Führer. Ma il film ha suscitato polemiche per la banalizzazione e la spettacolarizzazione della trama. Accusa che non può essere mossa a Defiance - I giorni del coraggio, che narra la vicenda (vera e drammatica) di tre fratelli polacchi durante la Seconda guerra mondiale, fuggiti in Bielorussia per unirsi alla resistenza russa.

Lo stesso accade nell'editoria, con centinaia di titoli che ormai spaziano dalla storia economica al romanzo erotico. E secondo i distributori, se in copertina figura la parola Duce, o Hitler, un libro si vende il doppio.

Nella discussione politica italiana, l'accusa di fascismo è quasi abusata, e sul fronte dell'antipolitica, il Mein Kampf viene citato a pagine intere sul blog di Beppe Grillo. Se le polemiche fioccano per i filmati di propaganda su YouTube e i simboli proibiti apparsi su Wikipedia ed E-bay, punte veramente surreali si toccano con i nazi-gadget venduti alla Festa dell'Unità, con Erich Priebke invitato a presiedere il giurì di un concorso di bellezza e con i 15mila elmetti «Fritz», di plastica arancione, venduti ai tifosi olandesi per le qualificazioni ai mondiali 2006. Anche il mondo dei videogiochi è saturo, e persino la Lego, da pochi mesi, ha iniziato a produrre sorridenti pupazzetti delle Ss.

«La militaria originale del Terzo Reich - testimonia il collezionista Maurizio Matera - sta sfiorando quotazioni impressionanti. Il numero degli amatori è in crescita, ma, cosa importante, la loro passione - pur a volte maniacale - è priva di connotazioni antisemite».
In Pakistan e in Cina si è intuito il giro d'affari, così vengono riprodotti in quantità elmetti, armi, decorazioni, buffetterie (fino alle posate e ai calzini della Wehrmacht), per il reenactement e il soft air, praticati da tanti appassionati della domenica in Occidente.
Sergio Romano affermava che l'inarrestabile produzione culturale sull'Olocausto avrebbe impedito al passato di «passare».

Paradossalmente, sembra che dal cinema, alla carta stampata, fino agli accendini, l'Asse stia oggi avendo una fortuna che la storia gli ha negato. Studenti, pensionati, professionisti: in ogni fascia sociale e d'età, sembra attecchire la morbosa attrazione.

Tuttavia, data l'ampiezza e la crescita esponenziale del fenomeno, non è plausibile che il mercato si rivolga a quell’esigua minoranza di emarginati che ostentano un becero razzismo da stadio. Anzi, la produzione lavora a ritmi sostenuti. «Il mercato segue incolpevolmente le sue regole - spiega Giovanni Ratto, esperto di marketing e comunicazione - e propone ciò che “tira”. Quando, per di più, un prodotto trendy è esposto a censura, è inevitabile che si crei un effetto leva».

«Psicologicamente - aggiunge il neuropsichiatra Giuseppe Magnarapa - si chiama “formazione reattiva”: è un meccanismo di difesa, per cui al sorgere di un desiderio inconfessabile, che tutti giudicano sconveniente, l'individuo compensa con l'innocua acquisizione di materiale simbolico. Il fenomeno si accentua quando ciò che è pubblicamente identificato con il Male, risulta percepito a livello profondo come rassicurante e positivo. Scatta allora un’enorme curiosità, su base emotiva, dovuta all'associazione per contrasto».
È un fatto che questa macabra fascinazione registri un picco negli ultimi tempi di crisi economica e bancaria, di aumento del costo della vita, di problemi legati all'immigrazione e al progressivo diluirsi dell'identità culturale. Cerca di dare un’interpretazione al fenomeno il sociologo Francesco Mattioli: «La banalizzazione del consumo, la non oculata gestione della retorica della memoria e l'assenza (tipica della società postmoderna) di un sistema di valori condiviso, sono tra i fattori che rischiano di creare confusione tra il prima e il dopo, tra la liceità di certe istanze profonde, e la condivisione emotiva di degenerazioni condannate dalla storia».