Elogio del complimento (se meritato)

Fra le forme di minorità del Pensiero debole che porta alle estreme conseguenze la visione penitenziale del catechismo controriformistico che vede la donna come simbolo del male, c’è il disprezzo della «carne». Il corpo, altrimenti detto «carne», è in realtà il tempio dell’anima e soltanto per questo dovrebbe essere esaltato, anche in una prospettiva cristiana. Invece, da secoli, viene fatto coincidere con la fonte di desideri peccaminosi, per chi non lo rispetti in modo astratto. Ma il desiderio è peccato? Due corpi che si stringono negano la spiritualità dell’uomo? A me è sempre sembrata una posizione assurda. Eppure continuano a sopravvivere contrapposizione fra corpo e anima, fra pensiero e piacere.

Di questa visione reazionaria e bigotta si è fatta interprete con le sue sgangherate dichiarazioni una scrittrice sarda che si pensa progressista e veste senza pudore Berlusconi, pubblicando i suoi libri con la casa editrice Einaudi, proprietà del premier, senza vivere i tormenti del teologo Vito Mancuso e di altri che avvertono l’impudicizia di fare i moralisti e di prendere i soldi da Berlusconi. Così, senza accorgersene, entra in un vicolo cieco Michela Murgia affermando, a proposito di assolutamente insignificanti complimenti di maniera di Bruno Vespa a Silvia Avallone vincitrice del premio Campiello opera prima: «Quando c'è di mezzo una donna, si va sempre a parare sul corpo. Non importa la sua intelligenza, non importa se viene festeggiata, premiata, perché ha scritto un libro importante. Tutto si svilisce, si riduce alla carne». È un problema della sola Murgia perché, con assoluta spontaneità, la Avallone, ragazza tranquilla, risponde: «Ero emozionata, non mi sono neppure resa conto». Così si offende per lei la brutta Murgia, che rincara: «Vespa non mi è piaciuto. Il suo comportamento verso la Avallone e gli apprezzamenti sono stati di cattivo gusto. Se li avesse fatti a me, avrebbe avuto la risposta che si meritava».

La risposta che si merita la Murgia è ancora più semplice: c’è una ragione perché non ha avuto gli apprezzamenti di Vespa; evidentemente non se li meritava. Siamo alle solite. Alla Bindi che replica alla battuta berlusconiana, rubata a me, «più bella che intelligente»: «Io non sono fra le donne a sua disposizione». Una risposta apparentemente orgogliosa ma molto fragile, giacché sarebbe stato semplice, per il premier, rispondere «meno male» o «per fortuna». Immaginate la felicità di un uomo che avesse a disposizione la Bindi, piena di desideri e di concupiscenza. Non saprebbe come cavarsela. Ed è la stessa condizione per cui Vespa non ha fatto apprezzamenti sulla Murgia, che pure era scollacciata non meno della Avallone. Tutta la polemica si basa sul fatto che il corpo bello sia una colpa e sia in contrasto con il riconoscimento dell’intelligenza e della capacità. Invece la bellezza è il fondamento stesso del pensiero filosofico e religioso.

La Murgia deve tornare a scuola. Ma perché non si chiede come mai i complimenti Vespa non li ha fatti a lei? La bellezza non è qualcosa di negativo, ma qualcosa che merita apprezzamento. Una brutta sarà apprezzata perché è intelligente, ma una bella sarà apprezzata perché bella e intelligente. Non è che bellezza e intelligenza siano una buona e l’altra cattiva. Oggi, uscendo dall’albergo Urbino Resort, ho chiesto, per prova, alla direttrice se preferiva essere bella o brava. Mi ha risposto candidamente: «Entrambe. Ma mi fa piacere essere considerata bella perché so che sono brava». E non si tratta soltanto di una questione che riguarda il corpo femminile. È invece, piuttosto, una questione che riguarda il corpo nudo e la sua bellezza formale. I bronzi di Riace sono apprezzati perché belli, come il Davide di Michelangelo, e la bellezza del loro corpo è un valore intellettuale oltre che sensuale e li rende attraenti più che un satiro grasso o un corpo deforme pur mirabilmente rappresentato.

I canoni della bellezza classica sono consolidati e valgono per i kuroi come per la Venere di Milo o per le Veneri di Tiziano. È assurdo dire: «Quando c’è di mezzo una donna si va sempre a parare sul corpo». È bella ma non devo dirglielo? Perché? Tra uomo e donna non c’è differenza. È solo una questione legata al costume nel doppio senso, anche se oggi i comportamenti stanno cambiando. Non in certe situazioni formali. Ma è evidente, quando si premia un uomo, Pennacchi, Lerner, è consuetudine vederlo con giacca, cravatta e persino cappello, sciarpa, bastone, o smoking, cravattino, camicia bianca, fascia, tutto coperto dalla testa ai piedi. Poi si premia la Avallone: arriva con un vestito leggero. Ne vediamo le gambe, le caviglie, i seni e i tatuaggi. Se lei si fa vedere, dobbiamo far finta di non vedere? E dobbiamo tacere su quello che vediamo? Le donne adottano un costume che sottolinea la femminilità e presuppone lo sguardo.

Le donne chiedono di essere viste. Ma se un uomo si presentasse a ricevere un premio in costume da bagno con le spalle e le gambe scoperte probabilmente riceverebbe osservazioni non solo sulla sua opera ma anche sul suo modo di vestire. Non risulta, per il costume, che Moravia, Pasolini, Gadda, Bassani, Montale o Cassola si siano mai presentati a ritirare premi con abiti scollati e le gambe nude. Ma sono certo che avrebbe fatto notizia. E certamente Vespa lo avrebbe sottolineato. C’è dunque un rito, che riguarda il «costume» del vestire maschile e del vestire femminile in circostanze di carattere celebrativo. Sono regole che riguardano il presentarsi in società. Ma forse la Murgia non sa che si possono anche assumere atteggiamenti eccentrici. E che, per esempio, Julien Schnabel si presenta in pubblico, anche a ricevere premi, in pigiama. Dobbiamo far finta di niente? Non possiamo dirlo? Dobbiamo occuparci soltanto del suo talento come pittore e come regista?

In compenso Rula Jebreal, sua compagna, è bella e intelligente. Dovrebbe indossare il burqa? Dovrebbe prescindere dalla sua bellezza? E possiamo escludere che la sua bellezza abbia aiutato la sua intelligenza? Sarebbe per lei un vantaggio essere come la Buttiglione? Non dobbiamo rilevare la differenza fra le due? Una è consapevole della sua bellezza, e ne trae vantaggio. E però, secondo la Murgia, se metti in gioco il tuo corpo, la bellezza del tuo corpo, rischi di diventare un «pezzo di carne». D’altra parte anche la Murgia indossava un vestito che lasciava tette e gambe scoperte, ma non è stata apprezzata. Naturalmente i canoni di bellezza possono mutare. Ci sono nell’arte corpi simili a quelli della Murgia come la Venere di Willendorf del 30.000 avanti Cristo circa, ma l’estetica femminile consolidata ha altre forme ed è abbastanza semplice definire cosa è bello e cosa è brutto rispetto all’armonia e alle proporzioni della bellezza. D’altra parte Sartre in Simone de Beauvoir e Moravia in Dacia Maraini non apprezzavano la sola intelligenza. Ma certamente anche l’avvenenza. Anche loro come Vespa? Quella della Murgia è una forma di debolezza concettuale. Di ignoranza. Se il corpo femminile deve essere mortificato, allora la scrittrice si vesta come George Sand, da uomo. E cosi ha fatto la grande Giovanna Bemporad. Ma se mostra una tetta, non pretenda che non se ne parli.

Erano dunque vestite allo stesso modo la Murgia e la Avallone. Io non avrei fatto nessun complimento alla Avallone. Ma se Vespa osserva che è bella, non significa che non vuole occuparsi del libro. Se qualcuno mi dice che ho un bel ciuffo e io ho fatto una bella conferenza, devo prendermela? La questione non riguarda soltanto la donna; con le sue affermazioni la Murgia inquina il buon senso, introduce una forzata discriminazione. Era insignificante rispetto all’essere buoni attori che Alain Delon o Marcello Mastroianni fossero belli? E George Clooney e Brad Pitt nell’immaginario femminile bisognerebbe considerarli soltanto bravi? Ed è questa la ragione dell’apprezzamento che ottengono? In tutte le discipline la bellezza è un valore aggiunto che merita attenzione. Sulla bellezza e sul corpo hanno certamente puntato Madonna, Mina, Patty Pravo, Milva, Ornella Vanoni, Anna Oxa. Quando Greta Garbo o Mina hanno iniziato ad avere dubbi sul loro corpo si sono ritirate. È dunque inaccettabile la svalutazione del corpo femminile da parte della Murgia. Una forma di mortificazione. Sono «carne» anche i corpi maschili. E se ne parla meno soltanto perché in società l’uomo si veste di più. Dà valore ai simboli e alle divise. Spogliare una donna è più facile ed è la stessa donna, per vanità e per compiacimento, a essere disponibile a farlo. Di fronte a ciò che vede, di fronte a ciò che la donna gli mostra, perché l’uomo deve tacere? I bronzi di Riace si apprezzano proprio perché sono nudi.

E allora perché dobbiamo riferire il concetto di mercificazione soltanto al corpo della donna? Come si può dire, con supponenza, e con prepotenza: «In altre tv d’Europa, a un conduttore non sarebbe permesso di comportarsi cosi?». La Murgia trascura di considerare che il desiderio e la sensualità sono valori che riguardano il rispetto del corpo dell’uomo come della donna. Una donna desiderabile non è affatto mortificata. Lo è una indesiderabile. E la donna che vuole essere desiderata non teme e non respinge un complimento. Pennacchi e Gad Lerner, mortificandosi negli abiti, non se lo aspettano. Ma forse Renato Zero o David Bowie non lo avrebbero disdegnato. E la stessa Murgia lo avrebbe sperato. E non, come afferma ipocritamente, per respingerlo.