Elogio dell’assenza

Una persona scorre Cafonal, la rubrica del sito Dagospia dove vengono fotografate le peggiori feste d’Italia con la peggiore gente del mondo (favelas brasiliane comprese) e gli sovvengono le battute finali di Rosemary Baby, il film di Roman Polansky con Mia Farrow: «Mostri, siete dei mostri». All’innegabile contributo macro-sociologico fornito da Cafonal peraltro se ne somma uno micro-sociologico: guardare quelle fotografie fa sentire migliori, fa sentire meglio persino quando il cielo plumbeo di Milano pare schiacciarti. Confessione: negli anni lo scrivente si era più volte chiesto, circa il più becero pianeta mondano e massmediatico, se tanto valesse sporcarvisi le mani dall'interno (con la classica scusa di combatterlo) o se tanto valesse continuare semplicemente a non sporcarsele, a snobbarlo da lontano. È bello aver risolto l’arcano. Certi salotti milanesi o romani, certi programmi televisivi, certe cene, certe feste, certe orge del potere e sottopotere, e certi dibattiti, premiazioni, presenze nel namedropping marchettaro dei supplementi di quotidiano, orbene: non bisogna esserci punto e basta. Pazienza se a qualcuno parrà un protagonismo speculare, un narcisismo morettiano, un limite. Devi preventivare di poter dire, un giorno: io non c’ero. Ieri Cafonal immortalava un festone romano che era stato organizzato da un neuro-psichiatra infantile di 92 anni: perfetto. E comunque, al cielo plumbeo di Milano, dopo un po’, ci si affeziona.