ELOGIO DI FERRANDO, L’ALTRO GERUNDIO

Oggi ci dedichiamo all’elogio di Marco Ferrando, il leader della minoranza trotzkista di Rifondazione che ha preso le parti dei terroristi iracheni affermando il loro diritto di sparare sui militari italiani. Ferrando, nato a Genova e cresciuto politicamente a Savona, per queste sue dichiarazioni è stato escluso dalle liste di Rifondazione comunista, dove avrebbe avuto un seggio sicuro al Senato in Abruzzo.
Oddio, non è che abbiamo improvvisamente svoltato verso l’estrema sinistra. Anzi, a scanso di equivoci, anche se non ce ne sarebbe bisogno, precisiamo che non siamo d’accordo con l’uscita di Ferrando. E non abbiamo neppure voglia di esibirci in un artificio dialettico alla Lisia, il retore greco capace di firmare contemporaneamente un discorso contro la zanzara e uno a favore della zanzara. Nemmeno ci siamo svegliati con il desiderio di emulare Umberto Eco nel suo Elogio di Franti, il cattivo del libro Cuore, l’«infame che sorrise» nel racconto di Edmondo De Amicis.
Ferrando come Franti, allora?
No, il nostro elogio del leader della minoranza di Rifondazione nasce dal confronto fra il suo comportamento e quello del resto del centrosinistra e anche del suo partito. Come la pensasse Ferrando su Israele e Nassirya lo sapeva benissimo Bertinotti, così come lo sapevano benissimo Prodi, D’Alema e Fassino. Così come sapevano benissimo che tutte le minoranze antibertinottiane di Rifondazione, compresa quella di Ferrando, pesano il 41 per cento nel partito. E il 41 per cento del 6-7 per cento del Prc è la percentuale che potrebbe fare la differenza a favore di una o dell’altra coalizione nelle elezioni del 9 aprile, che si preannunciano incertissime.
E allora qui sta il punto. Il problema non è Ferrando, ma chi è ipocrita sul pensiero di Ferrando. Che, per di più, è il pensiero di una parte significativa del centrosinistra. A partire da tutti i giornalisti e da tutti i politici che hanno teorizzato il concetto di «resistenza irachena», assolutamente sovrapponibile a quelli del leader trotzkista di Rifondazione.
Il problema non è Ferrando, che ha le sue idee, che non condividiamo affatto, che possiamo considerare aberranti, ma che sono legittime. Il problema sono tutti quelli che, nel centrosinistra, oggi dicono: «Ferrando chi?». Il problema è D’Alema quando chiede: «Ma chi è questo Ferrando? Ma chi l’ha mandato, Berlusconi?». Il problema sono gli intellettuali d’area che cadono dalle nuvole. Per esempio, il regista Mimmo Calopresti che ha spiegato alla Stampa: «Sa che io ho appreso l’altro giorno chi fosse Ferrando? E dire che sono un attento lettore di giornali».
Evidentemente, la lettura dei giornali da parte di Calopresti non è così attenta e basta cercare su internet la storia di Ferrando (ad esempio sul sito: http://it.wikipedia.org/wiki/Marco_Ferrando) per capire che, da sempre, è un pezzo importante della sinistra italiana. E che è ipocrita far finta di non saperlo, proprio mentre i voti di Ferrando sono decisivi per vincere le elezioni.