Elogio del mare, compagno di viaggio

Silvia Palombi, autrice esordiente, si rispecchia nella protagonista del romanzo: «Ho ancora quell’attrazione per l’acqua che hanno i bambini»

Barbara Silbe

C'è un piccolo libro che non ha la pretesa di ribaltare il punti di vista, ma ci riesce. C'è un libriccino che stravolge l'orizzonte in punta di piedi, raccontando esperienze tanto spontanee da sembrare tue. «Il mare nel cielo», questo il titolo, capovolto. L'autrice è una quasi esordiente: Silvia Palombi (Roma, 1952), una vita da ufficio stampa, scrive da anni per i libri degli altri. Così recita il retro di copertina. Vive e lavora a Milano. Fa da sempre la pr per Charta - casa editrice d'arte e non solo - e con questa fatica letteraria si è assunta una triplice responsabilità: segnare l'ingresso di Charta nella narrativa, inaugurare una nuova collana e produrre la loro più piccola ed economica pubblicazione. Una vera rivoluzione. O forse no. Forse è solo una confessione. Schietta, intima, cuore in mano e occhi lucidi, su cosa si vuole da questa vita irta di ostacoli e difficile come la salita del Nanga Parbat. «Alla fine è semplice - esordisce la Palombi - vince la voglia di vivere, con tutte le sue contraddizioni».
Il testo è profondo, si avverte la tensione di chi ha smania di scrivere e mettersi in gioco, aprendo la porta di casa agli sconosciuti e passando dalla parte della barricata dove si è in balia di giudizi implacabili, di vento forte e onde irregolari, come i naufraghi. Eccolo, il mare, ancora lui. Lui che fa da filo conduttore del racconto, da calamita, da richiamo per la mente e per le azioni di una donna alla ricerca di se stessa come Ulisse, come Abramo, come Dante, come Joyce. «La mia è una politica buddista - racconta Silvia Palombi - accetto tutto quello che dalla vita arriva, anche le brutture, anche i fallimenti, a cui sono grata perché da quelli imparo».
La protagonista di questo racconto a tratti autobiografico, è una donna sensibile, dolce e acutissima che nell'estate del 2000 compie un viaggio in treno dai laghi ticinesi fino alla Sicilia. Pagina dopo pagina tutto si dilata, tutto sembra fondersi di colori e pensieri che non hanno fine, tutto si esaurisce, in fondo, in un bagliore accecante. Quello del sole d'estate, dei ricordi che affiorano, dei rumori dell'acqua che ti culla e ti rigenera, e tutto dà allucinazioni di libertà. «Io entro in mare e sto bene, ci parlo perfino - confessa la Palombi - nella vita precedente forse ero una creatura marina. Ho ancora quella che chiamo la bambinitudine, quell'attrazione inevitabile verso l'acqua che mi rende felice quando ci sono dentro». Il suo personaggio inventato cerca risposte dal mare e rispondenze nei numeri. Superstiziosa, forse. In balia del destino, a volte. Un destino che con l'otto (che «sdraiato» indica l'infinito) il quattro (la metà di otto), il 52, i 72, le date in genere, ci gioca, regalandole conferme e turbamenti. La Palombi sorride e dice. «È un vizio inspiegabile quello di cercare un significato nei numeri». La donna del libro scruta l'orizzonte fuso nel blu del cielo e cerca di raggiungerlo. Lungo il cammino fa incontri interessanti, si imbatte in molte storie e alcune le perde per strada, suo malgrado. Ci sono caratteri che si avvicinano, altri che stridono insieme, altri ancora che si trasformano in angeli custodi. E al lettore viene di sognare un bel rapporto con le onde e un bel posto dove vivere. Si parla di un amore, tranquillo e imprevedibile e aspro da perderci la testa. Solo alla fine è svelato l'arcano: quel compagno che arriva al momento giusto, che ci coccola sotto «un cielo sospeso di quel colore che imbarazza i pittori», è fatto di acqua e pesci, un ben di dio mutevole e introvabile, il mare. Si parla di lui, della sua profondità, del suo respiro, dalla prima all'ultima riga.