Elogio del treno

Un tempo era diverso e un giorno sarà diverso: ma, perlomeno oggi, andrebbe ufficializzato che i voli di linea sono ormai divenuti tra le più alienanti brutture di massa che la nostra epoca possa offrire.
Dicono che sia una fase di passaggio, che c’è congestione, effetti collaterali del low cost: resta che neppure il denaro può dispensare dalla lontananza dagli aeroporti, dai taxi che non ci sono, dal traffico, dal parcheggio, dalle file che infine non risparmiano nessuno, dalla macchinosità giocoforza ottusa dei controlli, dei ricontrolli, del bagaglio, delle scarpe che suonano, deve ripassare, e il disguido, il cretino davanti che occupa l’unico sportello mentre parte l’aereo, e quello che ti supera perché parte l’aereo, e la lista d’attesa, e il ritardo, il ritardo sempre, il ritardo puntuale, l’imparagonabile sensazione d’impotenza quando ti lasciano a terra, non capire quel che succede, scusi lei che numero ha, spenga il cellulare, caldo freddo caldo, puzza, inscatolamento, su questo volo è vietato fumare, attese inspiegabili, i trolley degli idioti, gente che parla di business coi calzini corti, gente che neppure in metropolitana, la cortesia stucchevole di chi era hostess e fa la barista, l’impazienza, la morte del presente, non sbirciare le nuvole ma Il Sole 24Ore, e laggiù non vedere un mondo ma solo un altro, brulicante formicaio.