Elogio della vendetta

Giulio Tremonti, alla fine di un programma televisivo, avrebbe detto a due interlocutori: «Siete le persone più scorrette che abbia mai incontrato, me la pagherete, la vita è lunga e io non dimentico nulla». Il racconto è del Riformista, e non importa se corrisponda al vero. Importa rilevare che nella vita reale la velleità di vendicarsi viene ritenuta socialmente riprovevole al contrario di quanto accade nella vita virtuale, laddove in modelli culturali che pure sono nostri (film, romanzi) l’idealizzazione della vendetta trionfa con eroi che raddrizzano ogni torto e gratificano la nostra necessità psicologica di ristabilire gli equilibri turbati: sicché, come accade in tutto l’Universo, a ogni azione ne corrisponde una uguale e contraria. La Storia in fondo è un flusso di risentimenti, e la vendetta è celebrata persino dalla Bibbia: eppure la vendetta è confusa col malsano rancore, col malanimo scaturito da invidia e frustrazione, con una giustizia nostalgica e involuta. Da una parte perché il concetto di onore è ormai sfuggente e al vendicatore si è sostituito via via il querelante; dall’altra, essendo la vendetta peraltro poco conveniente, ci stiamo trasformando tutti quanti in uomini di gomma. Le persone migliori che conosco restano tuttavia quelle capaci di vendicarsi e perdonare: ma ancora capaci di scegliere.