Elogio di Walter

Ci sono due parole che, in questi ultimi giorni, dividono il mondo politico: «dialogo» e «inciucio». Sulla carta il significato è abbastanza semplice, non dovrebbe esserci equivoco. Eppure, la dialettica del palazzo è riuscita ad ingarbugliare persino la lingua, italiana ovviamente. Ed è finito che quelli che dialogano vengono dipinti come i tessitori di un inciucio, mentre quelli che l’inciucio lo vogliono davvero fingono di dialogare.
Il lettore di questo giornale sa bene che non abbiamo mai risparmiato una critica a Walter Veltroni. L’abbiamo definito come uno tra i peggiori sindaci di Italia, forse il peggiore che abbia avuto Roma. E le gravi carenze che affliggono la Capitale le abbiamo sempre sbattute in prima pagina, senza riguardi e senza complimenti. E nemmeno per il Veltroni politico abbiamo mai avuto particolare ammirazione. L’impressione che ci ha sempre dato è quella di un opportunista che vuol compiacere tutti, amici e nemici. Ma che pare incapace di lasciare il segno: mai un’idea vincente o un atto di coraggio. Cosa che pareva pensasse pure lui medesimo, tant’è che aveva annunciato di voler lasciare la politica e scappare in Africa. Poi è arrivato il Pd, ha disfatto le valigie che aveva preparato e ha deciso di rimanere con noi. Ce ne siamo fatti una ragione.
Eppure... Eppure, ora, siamo costretti a dover riconoscere che il ruolo che s’è ritagliato è molto al di sopra delle nostre aspettative. E non certo perché ha deciso di trovare un accordo con Berlusconi. Sarebbe troppo facile accusarci per questo di partigianeria. Parla con il leader di Forza Italia e allora è bravo. No, Veltroni ci ha spiazzato per il suo coraggio, confessiamo inaspettato. E per i rischi politici che s’è preso.
Ha scelto il dialogo con l’avversario. Che non vuol dire inciucio, bensì facciamo nuove regole prima di cominciare un’altra partita. Ma senza pensare di scambiarsi i giocatori o mischiare le squadre. Ognuno resta al proprio posto, chi di qua e chi di là. Poi, quando tutto è chiaro, si ricomincia a giocare. Messo così, ce ne rendiamo conto, il discorso pare facile. Ma quello che conta è il significato di questo passaggio politico. E il senso del dialogo è questo. E il sindaco di Roma l’ha spiegato molto bene ieri in un’intervista rilasciata a Repubblica.
Come una prova del nove, le sue parole hanno subito dimostrato chi vuole dialogare e chi invece cerca l’inciucio. E quest’ultimi, ieri, hanno subito accusato Veltroni. Ovviamente, mischiando un po’ le carte. In fondo, si sa, a non tutti interessa il futuro del Paese, prima vengono le convenienze e le poltrone. E il dialogo spaventa comprensibilmente Prodi e il governo che sanno d’avere così i giorni contati. E spaventa buona parte della maggioranza, che si sente esclusa dai giochi. Ma spaventa soprattutto gli idealisti del grande centro. Quelli che vorrebbero tornare all’antico, all’ago della bilancia, a che cosa mi dai per stare con te. E nelle reazioni un po’ concitate di ieri è affiorato l’asse tra D’Alema e i centristi. La grande coalizione che si muove per l’inciucio.
Ora, tocca a Veltroni tenere la bussola, senza temere imboscate alle spalle, o meglio da sinistra, per andare avanti e rifare le regole di questo Paese. Se ci riuscirà, saremo costretti a riconoscere che è stato davvero bravo. E che proprio non ce l’aspettavamo da lui.
Nicola Forcignanò