Elsheimer, il diavolo delle piccole cose

A Milano la mostra di un’artista nomade

Ammirato da Rembrandt e da Rubens, che subirono l’influenza del suo genio, Adam Elsheimer è un pittore poco rivisitato e fino a quest’anno ingiustamente negato al grande pubblico. Una meteora tedesca nel firmamento italiano fra Cinque e Seicento che trascinò nella sua scia di luce anche Claude Lorrain e che dipingeva su rame miniature monumentali che gli valsero la definizione contemporanea di «Diavolo per le cose piccole». Quest’anno, grazie alla collaborazione dello Staedelsches Kunstinstitut di Francoforte con la National Gallery of Scotland, la prima retrospettiva completa Devil in the Detail: The Paintings of Adam Elsheimer 1578-1610, ora in corso alla Dulwich Picture Gallery di Londra (fino al 3 dicembre), rivaluta tutte insieme le opere superstiti - trenta dipinti e venti disegni e incisioni - provenienti dal Prado, dal Louvre, da Firenze, Monaco, Dresda e Berlino.
Nato a Francoforte nel 1578, Elsheimer si era formato sulla lezione non ancora spenta di Dürer, ma a vent’anni, spirito nordico e luterano attratto dal meridione cattolico di cui alla fine abbracciò la fede, prese la via dell’Italia. Dopo un soggiorno a Venezia dove ammirò Veronese, Tintoretto e Tiziano, nel 1600 si stabilì a Roma, frequentando i circoli intorno all’Accademia dei Lincei. Alla sua morte, poco più che trentenne, nel 1610, Rubens reagì con lutto profondo e un panegirico, «Elsheimer - scriveva - non avrebbe avuto eguali nel regno delle piccole figure, dei paesaggi e di così tanti altri soggetti». Per il fiammingo si era spento un genio agli inizi, che aveva lasciato troppo poco di sé. Introverso e malinconico, afflitto da quel peccato di accidia che Rubens gli rimproverava, il suo volto emerge dal buio nell’autoritratto conservato agli Uffizi.
Di lui restano poche opere, piccolissime, di precisione miniaturistica - la straordinaria luminosità esaltata dalla pittura su rame -, da scoprire e ammirare tutte con l’aiuto di una lente, come il suo San Paolo, non più grande di una cartolina, che ritto contro un paesaggio profondo e infinito ha l’imponenza di un dipinto venti volte più grande. Elsheimer sapeva fondere la qualità grafica della pittura nordeuropea con la sensualità pittorica italiana, i suoi paesaggi misteriosi sono abitati da figure giorgionesche, erede di Caravaggio negli effetti di luce, nelle sue scene notturne, si avverte un’osservazione scientifica, già galileiana, come nella Fuga in Egitto del 1609, appena illuminata dalla luna e dalla Via Lattea.
La rassegna rivaluta l’importanza cruciale del breve periodo veneziano, la cui influenza è superiore anche nelle opere di provenienza romana come vediamo nell’Esaltazione della croce. A Venezia, appena ventenne, Elsheimer realizzò opere come Il battesimo di Cristo, ambientando in un paesaggio di Altdorfer le vivide figure di Veronese e Tintoretto, in una composizione di sublimità e grandiosità barocca, che anticipa in miniatura le vaste realizzazioni di Rubens.