Elton John, capolavoro di pop classico

Grande show solo piano e voce tra blues e classici come «Daniel». Per «Candle In the Wind» piazza San Marco illuminata dalle candele

da Venezia

Cammina per le calli di Venezia e sembra uno strano puffo, volto rugoso sormontato dai capelli color carota. Abbarbicato al suo pianoforte poi, nella magia di piazza San Marco traboccante di pubblico, sembra ancor più piccolo. Elton John non ha mai avuto il phisique du rôle, neppure quando indossava eccentriche parrucche e sfarzosi abiti femminili, o quando si travestiva da pollo. L’artista ribattezzatosi «la regina madre del pop», passati i 60 anni ha lasciato perdere le trasgressioni plateali tornando alle radici. Lo dimostra lo show «The Red Piano», che Elton replica da tre anni a Las Vegas, lo dimostra «The RocketMan Show», concerto sempre per piano e voce (unico show italiano ma senza il piano rosso) che ha tenuto l’altro ieri qui a Venezia per «Sms Venice», campagna per raccogliere fondi per la tutela e la conservazione di Piazza San Marco (lunedì tocca a Giovanni Allevi e martedì festa brasiliana con Toquinho). Il cantante, che spesso riposa nel suo Palazzo alla Giudecca, era già atteso l’anno scorso, poi tutto è saltato all’ultimo momento. Ed ora eccolo qui - compenso per lo show 1 euro - con tanta voglia di comunicare, mettere in gioco una vita da rockstar (quasi 300 milioni di album venduti), tornando alla formula solista che fece la sua fortuna nel 1979 col «Single Man Tour», o con gli show del ’94.
Quando parte con le prime note di Your Song si capisce che non è riciclaggio. Il fascino della melodia già sentita - al di là della ripetizione - infiamma il ricordo annodandolo col presente. Elton dilata i brani arricchendoli con il suo pianismo cangiante, con la voce sempre più potente anche se meno elastica. Non è il classico concerto pop ma un concerto di pop classico. Sa essere essenziale e pomposo, tecnico e lirico, sa toccare le corde del pop (Nikita) e quelle del blues con The Blues e Rocket Man (non dimentichiamo che viene dalla scena blues inglese, e ha preso il nome di battaglia da due dioscuri come Long John Baldry e Elton Dean), e quelle classiche (Carla/Etude) ed essere maestro di ballate. Ballate che dispensa con passione e scrupolosità tecnica, allungandone e arricchendone la cornice tematica con i suoi imprevedibili svolazzi ritmici. Dilatando il tempo e il respiro della celebrativa Sixty Years On o delle riflessive Daniel e Sorry Seems To Be the Hardest Word, accolta con una standing ovation così come Rocket Man e Philadelphia Freedom. Si può pensare che giochi sul velluto, rinfrescando un repertorio che non può fallire, ma Sir Elton John lavora sulle canzoni piegando i temi con la volubilità del suo pianoforte, elaborando il canto con torsioni, con ruvide contrazioni nasali, tirando fuori quel connubio di romanticismo e selvaggia vivacità che esprime nelle canzoni i suoi conflitti irrisolti. I momenti più alti sono Candle In the Wind (che ritorna col testo originale dedicato a Marilyn e non più a Lady D) quando nella piazza s’illuminano centinaia di candele; la classica Carla/Etude dalle belle ambiguità tonali; l’antica Benny and the Jets mischiata a Honky Tonk Train Blues in cui Elton sforna tutto il suo vocabolario boogie, blues, honky tonk, ragtime. Nella piazza entusiasta e assorta, i vecchi fan riconoscono «il re nudo», che torna ai tempi di Empty Sky, di Tumbleweed Connection (ristampato, come il primo album, in questi giorni in edizione deluxe con inediti), quando era il cantautore di culto che non aveva bisogno di giocare sulla gayezza o sui colpi di teatro per attirare l’attenzione, come accadde nei periodi bui degli anni Ottanta.