Eluana: 5.745 giorni uguali e senza fine

Viaggio nella clinica, dove in una stanza al secondo piano, la giovane ha ormai trascorso ormai metà della sua vita. <strong><a href="/a.pic1?ID=213637" target="_blank">La Cassazione apre la porta all'eutania</a></strong>

Lecco - Ci sono articoli che non vorresti scrivere. C’è questa suorina molto avanti negli anni e negli acciacchi con cui, con aria innocente, ti complimenti per la cappella e poi chiedi se ti può far parlare con la «sorella» che si occupa di Eluana... E lei risponde che sì, «la cappella è proprio bella, solo un po’ piccola», e che, certo, «è la nostra suor Rosangela che assiste la cara Eluana, da tanto sa, nemmeno mi ricordo più da quanto. Adesso vedo se gliela chiamano». Eluana di cognome fa Englaro, è «in stato vegetativo persistente e permanente» dal 1992 e intorno a lei da allora c’è una battaglia giudiziaria. Sono 15 anni che il padre chiede che la lascino morire, come lei avrebbe voluto, sono 15 anni che lo Stato dice che non si può.

C’è questa suorona, anche lei della Congregazione Suore Misericordine di San Gerardo, dolce e sbrigativa che mi saluta e intanto mi rimprovera: «Suor Costanza è anziana e non è abituata a tutte queste cose sulla privacy, fosse per lei farebbe parlare tutti con tutti, non ci vede niente di male». «Nemmeno io ci vedo niente di male» le dico, «e anzi credo che parlare d’amore e di carità verso chi soffre, sia giusto e doveroso». «È che non ci fidiamo dei giornalisti. Strumentalizzano tutto». Come dargli torto.

C’è questo direttore sanitario dalla faccia bonaria che sobbalza quando lo chiamo per nome. «Come fa a saperlo?» mi dice quasi spaventato. Lo guardo perplesso: «Me l’hanno detto all’accettazione. «Ah, certo, no è che, sa, di questi tempi gli ospedali sono sempre nell’occhio del ciclone e noi medici pure. Vedere il proprio nome stampato non piace a nessuno». «Forse dovremmo fare di più a fidarci» replico. «Forse, nell’attesa però non mi fido». Come dargli torto.

Eluana se ne sta qui al secondo piano della casa di cura. Fuori c’è un piccolo parco, con la cappella che piace tanto all’anziana suorina, ma che Eluana non ha mai potuto vedere. Ha una stanza tutta per sé, è «assistita come meglio non si potrebbe» dice ancora il direttore. «L’abnegazione delle suore, sa, è straordinaria e ce n’è una in particolare, che la segue fin da quando fu ricoverata, 15 anni fa»... «Suor Rosangela» faccio io. «Come fa a saperlo? Io non gliel’ho detto»... Sembriamo i fratelli De Rege alle prese con un copione tragico.

C’è questo padre che si chiama Giuseppe Englaro e che oggi è alle prese con un giorno particolare. La Corte di Cassazione ha deciso di dare torto alla Corte d’Appello e di stabilire un nuovo processo. Nel dicembre scorso la giustizia aveva sentenziato che no, la richiesta paterna di sospendere il trattamento nutrizionale della figlia andava respinta. Era l’ottava volta che il caso arrivava davanti a dei giudici, erano quindici anni, lo abbiamo detto, che lo scontro andava avanti. Adesso la Cassazione sostiene che il desiderio paterno può essere esaudito se si hanno due presupposti: «Quando lo stato vegetativo sia, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico che lo neghi; se tale istanza sia realmente espressiva, in base a elementi di prove chiari, concordanti e convincenti, della voce del rappresentato, tratte dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona». Si ricomincia, insomma, e allo strazio sembra non esserci ancora fine.

C’è questa madre che da quando Eluana entrò in coma, si è ammalata. È lei che mi risponde al citofono di casa, e poi non mi parla più. Succede anche questo, che un padre si ostini a vivere perché sua figlia possa finalmente morire e che una madre smetta in realtà di esistere perché tanto quella battaglia non gliela ridarà.
Era bella Eluana nei suoi diciott’anni, e adesso è come se metà della sua vita fosse trascorsa qui, al secondo piano di una casa di cura, sezione ortopedia e riabilitazione. A Lecco c’è la nebbia e solo la palla rossa del sole che tramonta dà un colore e un calore a un panorama grigio e triste. Il cinema ci ha abituati a storie emozionanti dove la speranza anche se non vince ti consente comunque qualche illusione. Chi abbia visto Parla con lei di Almodóvar o Lo scafandro e la farfalla di Schneibel sa cosa vogliamo dire, ma questo secondo piano di un ospedale di provincia, lindo e ordinato, rimanda soltanto il numero di giorni senza fine e tutti eguali, 5745, come fino a l’altro ieri li ha contati il papà di Eluana, passati fra le quattro mura di una camera, con solo l’abnegazione di chi cerca di alleviare almeno quelle sofferenze che si possono alleviare...

Ci sono articoli che non vorresti scrivere perché poi non sai nemmeno cosa scrivere. Non ci sono certezze, non ci sono risposte e ogni voglia di sapere e di raccontare si ferma di fronte al fatto che la voce che ti manca è l’unica che avresti voluto sentire, che vorresti poter sentire. Ci si ritrova un po’ come ladri nella notte, impegnati a portare a casa un po’ di refurtiva, la frase di una povera suorina, le paure di un medico, la rabbia di un padre, il silenzio di una madre... Non un mestiere per vecchi, ed è la prima volta che mi sento così.