Eluana è in agonia senz'acqua e cibo E ora nessuno vuol vedere che soffre I Nas: clinica, anomalie amministrative

Secondo giorno senza acqua e cibo. Né il padre né il suo medico sono stati da lei. Accanto solo i volontari. Intanto la donna continua a respirare e ad aprire e chiudere gli occhi. <a href="/a.pic1?ID=327037" target="_blank"><strong>Ma lei voleva davvero morire? </strong></a>Tutti i dubbi ancora irrisolti. <a href="/a.pic1?ID=327250" target="_blank"><strong>I Nas: anomalie a &quot;La Quiete&quot;</strong></a>

nostro inviato a Udine

Ritmo circadiano, si definisce in gergo scientifico. Ovvero la capacità di un organismo vivente di adeguarsi alla successione spazio-temporale di luce e buio, giorno e notte. Scandendo, puntualmente, questa successione grazie a quella sorta di orologio biologico interno che fa aprire e chiudere gli occhi. Ecco, Eluana nel suo coatto domicilio della Quiete di Udine, anche ieri ha fatto ciò che abbiamo appena cercato di descrivere. Alternando la sua notte e il suo giorno. Chiudendo i suoi occhi per «riposare» e riaprendoli per «osservare» il mondo. Sia pure a modo suo. Con quel suo sguardo che ha smarrito la rotta diciassette anni fa e adesso vaga nel vuoto. Occhi chiusi, occhi aperti, poi di nuovo occhi chiusi e di nuovo occhi aperti. Sarà banale o, forse, ininfluente per qualcuno, e naturalmente a noi sembra tutt’altro che banale e tutt’altro che ininfluente, ma Eluana resiste anche così, pensate un po’. Il ritmo circadiano, obietterà ancora il qualcuno di prima, lo scandiscono anche i vegetali. Vero, verissimo. Peccato che Eluana si permetta anche e ancora di respirare. Al contrario dei vegetali.
E così, nel secondo giorno della sua lenta agonia, imposta dal protocollo di attuazione di una sentenza che non prevede più per lei né alimentazione, né idratazione, questa giovane donna ha insistito a mandare anche ieri i suoi segnali di fumo e di presenza a quella strana compagnia di giro che le sta danzando intorno per mero «volontariato». Intendiamoci, in quella camera di diciotto metri quadrati, oltre ai volontari che, quando le sono attorno, tengono le luci basse per non vederla e quando escono dalla clinica, a fine turno, lo fanno dalla porta di servizio per timore di venire smascherati dalle loro stesse coscienze, c’è stato un discreto viavai. Sono arrivati a farle visita gli ispettori inviati da Sacconi, i carabinieri dei Nas e i due consulenti tecnici nominati dal procuratore di Udine, Biancardi. Che hanno il compito di monitorare il procedere del protocollo e di segnalare eventuali «incongruenze» tra quanto stabilito e quanto effettivamente avviene all’interno dell’istituto geriatrico friulano. In altre parole, un variegato movimento. Peccato che a proposito di «incongruenze» non siano venuti a trovarla e a monitorare l’andamento della sua condanna a morte il neurologo Carlo Alberto Defanti, che di lei si occupa da sempre, ma che resterà fino a domani nella sua casa in Liguria. O la padrona di casa, la presidentessa della Quiete, Ines Domenicali, sempre più calata nella parte di una spettatrice: «Come voi sento la radio, guardo la tv e leggo i giornali. Degli ispettori non so nulla» ha rivelato ai giornalisti che aspettavano con ansia una simile, sconvolgente dichiarazione. E, dopo il blitz del primo giorno non si è presentato più nemmeno il padre di Eluana, Beppino. Che almeno si è risparmiato di vedere il suo nome associato a epiteti di vario genere, dipinto e poi subito cancellato, sui muri di fronte alla Quiete.
Così, dentro quel recinto, che vorrebbe essere una camera d’ospedale dalle pareti color paglierino, l’unica a rispettare i patti e a starsene buona buona come ogni condannato a morte, è stata solo e soltanto lei, Eluana. Hanno cominciato ad inumidirle le labbra, con un gel e una garzina, appena intinta nell’acqua. Perché quelle labbra, nella tarda mattinata, hanno mostrato i primi segni di aridità da disidratazione. Poi, nel pomeriggio, quando il dottor De Monte ha riverificato le sue condizioni, le hanno fatto un’iniezione intramuscolare del solito farmaco contro l’epilessia perché le gambe di Eluana hanno mostrato i segni delle prime pericolose contrazioni. Che potrebbero presto trasformarsi in veri e propri spasmi. Gli spasmi, la crisi epilettica. La sofferenza della condannata a morte che nella sua lenta agonia, distillata per capitoletti di procedura, nessuno vorrebbe vedere soffrire. Per questo sul tavolino dove sono stati sistemati i farmaci di primo intervento, sul lato destro di quel letto di legno chiaro, sono stati preparati i sedativi in differenti dosaggi. Perché quando Eluana comincerà a soffrire, perché soffrirà anche se non potrà urlare al mondo la sua sofferenza, allora le verranno iniettati quei calmanti. Che favoriranno quel progressivo e «dolce» assopimento tanto sbandierato dai supporter della buona morte. E fa rabbia, ammettiamolo, che su quello stesso tavolino dei farmaci di primo intervento sia ancora parcheggiata la sacca degli elettroliti che nutrono e idratano. La sacca dei ripensamenti. Che potrebbe impedire l’irreversibilità di quel calvario che Eluana ha imboccato da 48 ore.