Eluana, dietrofront della clinica: ci fermiamo

La casa di cura di Udine non vuole perdere la convenzione
pubblica: "Interrompiamo l’alimentazione solo con
l’autorizzazione della Regione&quot;. E accusa Sacconi: &quot;Intimidazioni inaccettabili&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=315473">Il piano: cibo sospeso gradualmente</a></strong>

Udine - Eluana Englaro per ora non verrà trasportata nella casa di cura friulana disposta a ospitarla per farla morire. Resterà ancora a Lecco, assistita dalle suore Misericordine che da tempo hanno chiesto a Beppino Englaro di affidare definitivamente sua figlia a loro. La clinica privata Città di Udine, dopo l’altolà del ministro Maurizio Sacconi, tiene sempre un letto pronto per gli ultimi giorni di Eluana, ma ha posto delle condizioni: vuole che «la Regione Friuli-Venezia Giulia si prenda la responsabilità di condividere questo percorso che noi riteniamo di civiltà e soprattutto di pietas». Vuole che una regione governata dal centrodestra si opponga a un governo di centrodestra.

Perché coinvolgere la regione autonoma? Perché è Trieste che decide gli accreditamenti delle strutture private, e la Città di Udine teme di essere esclusa dal servizio sanitario regionale. Se dunque non avrà le spalle coperte, la clinica non darà la «dolce morte» alla donna che da 17 anni vive in stato vegetativo permanente. Ha detto l’amministratore delegato Claudio Riccobon: «Chiediamo che la Regione emani un inequivocabile provvedimento - che valga sia per le strutture pubbliche sia per le private - in cui ammetta esplicitamente la possibilità che l’alimentazione forzata possa essere sospesa qualora le persone in stato vegetativo permanente, o i loro familiari in caso di assenza di volontà anticipata da parte del malato, ne facciano richiesta».

Il comunicato della casa di cura è violentissimo contro il ministro, i vescovi (chiamati «le sfere ecclesiastiche») e «i tanti benpensanti che si sono ben guardati dall’accogliere Eluana e accompagnarla decorosamente alla fine dei suoi giorni terreni», che avrebbero «coperto di insulti e anatemi» la clinica «paragonata ai nazisti», «minacciato la sospensione dell’attività in accreditamento», «lanciato intimidazioni che hanno cercato di colpire l’azienda nel suo interesse vitale». Uno sfogo rabbioso contro l’atto di Sacconi, ma impotente. L’ennesimo capitolo triste di questa dolorosa vicenda.

La situazione è così riassunta dall’ex presidente della Corte costituzionale Cesare Mirabelli intervistato dal quotidiano online ilsussidiario.net: «La sentenza che riguarda Eluana autorizza il tutore ad attuare quella che è stata ritenuta, esattamente o no, la volontà di Eluana. L’atto di indirizzo e coordinamento si rivolge invece alle strutture sanitarie, che non sono le destinatarie del provvedimento dal momento che la sentenza non le obbliga a cooperare a quella richiesta». Un atto «legittimo, valido ed efficace». E il procuratore generale della Cassazione, Marcello Matera, ribadisce: «Il provvedimento del ministro non può interferire sulla esecutività della sentenza: adesso dipende dalle decisioni delle strutture cliniche dare ospitalità, o meno, alla famiglia Englaro. Deciderà la famiglia Englaro come comportarsi. Ma, se dovesse trovarsi di fronte ad un atteggiamento di chiusura da parte di tutte le strutture sanitarie, potrebbe anche chiedere l’esecuzione forzata della sentenza. Il rifiuto di dare esecuzione ad una sentenza definitiva potrebbe, quello sì, configurare un’ipotesi di reato. Sono valutazioni che faranno loro, ma da giurista dico che il problema si potrebbe anche porre».

La famiglia di Eluana, i suoi legali e la clinica friulana continuano a contare sull’appoggio della Regione. Il governatore Renzo Tondo, di Forza Italia, non ha mai negato di essere dalla loro parte. In questi giorni ha ripetuto che il sistema sanitario regionale è autonomo da quello nazionale: si autofinanzia dal 1996 con i soldi dei contribuenti friulani e giuliani. Cosa che, in qualche modo, potrebbe renderlo refrattario alle indicazioni del ministro. Ancora ieri Tondo ha sostenuto che «si tratta di un rapporto tra privati, una famiglia e una casa di cura». Ma se si aprisse un contenzioso legale, gli avvocati della clinica non potranno portare in tribunale i ritagli di giornale con le parole di Tondo. Occorrono atti formali: «Bastano poche righe della direzione centrale Sanità o dell’Agenzia sanitaria regionale», ha precisato Riccobon.