Eluana, l'Ordine dei medici: "E' omissione di soccorso"

No alla decisione di non bloccare
l’emorragia e non eseguire la trasfusione. <strong><a href="/a.pic1?ID=297633">Tettamamanzi chiede il silenzio: &quot;Questa tragedia va rispettata&quot;</a></strong>

Lecco - Eluana tra la vita e la morte. Con un’emorragia interna che nessuno ha curato. Forse pensando che intervenire con una trasfusione o con una cura farmacologia non sarebbe stato il caso, visto le condizioni. Meglio lasciar sfuggire la sua vita appena possibile. Per evitare magari una sorta di accanimento terapeutico. Ma è proprio così o non siamo di fronte a un vero e proprio errore medico?

Maurizio Benato, ginecologo, presidente dell’Ordine del medici di Padova e vicepresidente della Federazione nazionale dei chirurghi italiani, non ha dubbi: il medico che controlla lo stato di Eluana doveva intervenire. Per salvarle la vita. «Davanti a un’emorragia o si interviene con le trasfusioni se c’è una situazione di tipo collassiale e con l’emoglobina al di sotto dei valori o con dei farmaci antiemorragici. In ogni caso il medico ha il dovere curare anche un paziente come Eluana che è in stato vegetativo da tanti anni». Benato rinvia al mittente le obiezioni che potrebbero insorgere sugli interventi medici che vanno oltre le normali cure necessarie ad ogni essere umano. «Intervenire per bloccare un’emorragia non significa accanimento terapeutico. Si tratta di un intervento medico curativo che mira a mantenere la qualità della vita. Io non posso entrare nel dettaglio, ma spero sia stata fatta una valutazione medica quando la ragazza è stata male». La speranza di Benato si infrange contro un’amara realtà, quella dell’attesa. A Eluana non è stato fatto nulla che si possa definire cura. E al vicepresidente della Fnomceo la cosa non va giù. «Se, e il condizionale è d’obbligo, non è stato fatto nulla per bloccare l’emorragia di Eluana la posizione di chi la cura è piuttosto grave. Un medico che sta a guardare può essere accusato addirittura di omissione di soccorso».

Ma anche dal punto di vista deontologico le cose non quadrano. «Il medico deve sempre lavorare per la vita. E dunque deve fare sempre il suo lavoro anche se il paziente è in stato vegetativo. In pratica, deve fare diagnosi e terapia».

Salvare comunque il malato, questa dev’essere la parola d’ordine fino a quando non si sfiora il confine dell’accanimento terapeutico. «Il medico si ferma solo se si rende conto che c’è una sproporzione della cura rispetto alla situazione del paziente – precisa Benato -. In pratica, io non devo combattere la morte, semmai accompagnare il paziente verso la fine curandolo fino a quando c’è la possibilità di farlo. Per noi la vita è sempre un bene». «L’Ordine dei medici è contro l’eutanasia attiva e contro l’accanimento terapeutico – aggiunge -. Inoltre, ogni medico deve tenere conto delle precedenti dichiarazioni del paziente e valutare quando e in che contesto sono state fatte. A volte, certe affermazioni vengono superate dal progresso della medicina e delle variazioni tecnologiche».

Nel caso di Eluana, però, il progresso non è servito a farla risvegliare. Sopravvive grazie all’alimentazione e all’idratazione. Ma per farla star meglio non viene fatto di più. «In quei beveroni che vengono somministrati c’è di tutto, vitamine comprese, Quindi potrebbe bastare - puntualizza Benato -. Il punto è che per i giudici questo non è un mezzo di sostentamento bensì una cura. Che quindi va sospesa». Una decisione su cui ufficialmente l’Ordine dei medici dissente. Ma Benato ammette che la scelta è difficile. «Penso che la vita vada sempre difesa ma scegliere è molto difficile, dipende dal retroterra che possiede ogni medico. Però negli stati vegetativi il professionista si trova ad essere ingabbiato con il suo paziente in un recinto: no eutanasia, sì alla beneficialità del paziente ma in rapporto alla sua volontà».