Eluana morirà, in Italia da oggi c'è l'eutanasia

I magistrati si sostituiscono al parlamento e con una sentenza
autorizzano lo stop all’alimentazione della ragazza.
L'esultanza del papà: <strong><a href="/a.pic1?ID=305872">&quot;Ce l'abbiamo fatta&quot;</a></strong>.<strong> </strong>Il Vaticano: <strong><a href="/a.pic1?ID=305874">&quot;E' un attentato alla vita&quot;</a></strong>

Milano - Ieri in Italia è stata introdotta l’eutanasia. Vi diranno che non è vero, che la sentenza con la quale la Cassazione ha definitivamente autorizzato il padre a staccare il sondino che da oltre 16 anni nutre e tiene in vita Eluana Englaro riguarda solo ed esclusivamente questo caso particolare. E formalmente è così. Lo ribadisce anche la motivazione con la quale la Suprema Corte ha rigettato il ricorso della Procura di Milano: l’impugnazione è inammissibile perché la vicenda in questione non riguarda «un interesse generale e pubblico ma una tutela soggettiva e individuale».

Ma nei fatti da ieri nel nostro Paese si può provocare la morte di una persona senza incorrere nelle norme previste dal diritto vigente, vale a dire un’accusa di omicidio. Come afferma il sottosegretario al Welfare, Eugenia Roccella, «per la prima volta un cittadina della Repubblica italiana morirà per una sentenza».

Giusto? Sbagliato? La vicenda di Eluana, con le sue molteplici sfumature, pare fatta apposta per lacerare le coscienze. C’è una giovane donna da quasi 17 anni in stato vegetativo. C’è un padre straziato che attraversa quotidianamente un inferno personale, sostiene che la figlia mai avrebbe voluto essere tenuta in vita in queste condizioni e porta testimonianze di come, quando era consapevole, più volte Eluana abbia espresso tale convinzione. C’è un Paese che si interroga e si divide sui confini della vita e della morte, sulla dignità dell’esistenza, sulla pietà, sul diritto di trasformare questi rovelli in una legge che, in ultima analisi, dia a qualcuno il potere di decidere sulla vita di un altro.

Questa legge non c’è. Giusto? Sbagliato? Visto come sono andate le cose, si può dire che sarebbe stato meglio se il Parlamento avesse fatto prima quel che si accinge a fare nei prossimi mesi, e cioè mettere, attraverso il cosiddetto testamento biologico, paletti il più possibile precisi (per quanto si possa essere precisi in questa materia) sul «diritto a morire». Nel vuoto legislativo, infatti, si sono infilati i giudici (prima quelli della prima sezione di Cassazione, poi quelli della Corte d’Appello di Milano, infine ancora quelli della Cassazione ma stavolta a sezioni unite), colmando per sentenza quello che hanno percepito come una lacuna giuridica, forzando e adeguando il Codice alla «mutata coscienza sociale».

Questo è avvenuto, al netto dei formalismi giuridici e comunque la si pensi sull’eutanasia. I magistrati si sono sostituiti al Parlamento e, interpretando quello che ritengono essere il comune sentire («dimostrando di essere in sintonia con la maggioranza del Paese», come dice la radicale Maria Antonietta Farina Coscioni), hanno stabilito che quel che fino a ieri per la legge era omicidio, oggi per chi la legge è chiamato ad applicare non lo è più. Questo è avvenuto. E, per il modo, qualche brivido dovrebbe correre nella schiena anche di chi può essere totalmente d’accordo con la sostanza del provvedimento.

Quello di Eluana Englaro è un caso limite. E proprio per questo è diventato un caso simbolo. Sul suo corpo si è combattuta una battaglia etica e ideologica che aveva come fine ultimo cambiare il nostro ordinamento. Ora la breccia è stata aperta. Dove verrà posta la prossima, necessaria frontiera è un’incognita e Camera e Senato sono chiamati a un compito delicatissimo.

Ma questo dopo. Oggi risuonano ancora le grida di guerra. E mentre dai campi opposti volano le accuse, Eluana si accinge a essere staccata dal sondino che la tiene in vita e lasciata morire. Nell’arco di 10-15 giorni. Di fame. Perché anche questo hanno di brutto le leggi fatte per sentenza: che sono necessariamente approssimative. Si voleva l’eutanasia. Avremo una lunga agonia: tutto meno che una «dolce morte».