Eluana, Roccella: "Un cavillo per ucciderla"

Il sottosegretario alla Salute: "La casa di riposo La Quiete aggira l'ordinanza Sacconi perché è finanziata dal Comune. E poi quella struttura è un ibrido, non è attrezzata"

Una casa di riposo che si fa avanti. Questa volta si prova con un escamotage per assecondare il progetto di morte. Eppure Eluana qui non c’è. Non c’è quando il padre va a parlare del suo libro. Non c’è nelle manifestazioni di piazza quando chiedono di liberarla, non c’è nei programmi televisivi, nelle interviste. Al suo posto sempre Beppino che chiede e aspetta, prega e promette: «La Elu avrebbe voluto morire». Eppure nessuno ci può giurare. Nemmeno lui. «In questa storia tutto è al rovescio», dice Eugenia Roccella. «Non è la libertà di Eluana che si cerca: non ha deciso lei, ma i magistrati e il padre. E poi la notizia della casa di cura scelta che si scopre essere sotto inchiesta. Imbarazzante».

Cosa non la convince della casa di riposo di Udine?
«Mi sembra imbarazzante che la volontà di applicare una sentenza non obbligatoria arrivi proprio da una struttura sotto indagine per maltrattamenti. Noi faremo tutte le indagini per capire fino in fondo la situazione. E poi soprattutto: la casa di cura La Quiete non ha i mezzi per assistere Eluana durante un percorso del genere. Non è attrezzata».

Una sentenza non obbligatoria?
«Sì, il decreto della Corte d’appello non comporta per nessuno l’obbligo di metterlo in pratica. Si tratta di volontaria giurisdizione, cioè di un permesso e di indicazione su come procedere».

Per questo nella sentenza si parla di Hospice?
«Ma nemmeno l’Hospice è adatto, perché lì i pazienti vengono accolti quando si trovano già in una fase terminale e vengono accompagnati verso una fine con dignità. E chi ha individuato la clinica La Quiete ha trovato una soluzione di confine, un escamotage».

In che senso? Cosa c'è di poco chiaro?
«La Quiete è una casa di cura per anziani finanziata dal Comune. È pubblica. Non solo. Nasce come residenza, ma c’è anche una piccola struttura sanitaria. È un ibrido. Nel caso di Eluana si limiterà a mettere a disposizione le mura, in cambio di un corrispettivo economico, ma sarà un’équipe medica privata e un gruppo di volontari a gestire il resto. È, appunto, una situazione di confine».

Cosa replica a chi considera l’intervento di Sacconi un’ingerenza assurda?
«L’ingerenza è stata della magistratura. Non si devono confondere i ruoli delle istituzioni. È il parlamento che deve fare le leggi, e sul testamento biologico il Parlamento sta discutendo. In questo caso non c’è neppure una volontà scritta lasciata da Eluana. La sentenza si basa su indizi, semplici testimonianze. E questo è molto rischioso».

C’è una cultura della morte in Italia?
«Non mi piace parlare di cultura di morte. Preferisco dire che c’è una crisi di solidarietà. Un abbandono delle persone fragili. Decidere della vita di una persona sulla base di frasi dette a metà apre porte molto pericolose».

In che senso?
«Dietro questa propaganda, inizia a passare l’idea che la vita è tale solo quando si è autosufficienti. L’atto di indirizzo emanato da Sacconi alla normativa esistente non era come qualcuno ha detto un diktat, ma un richiamo alla normativa esistente».

C’è una via d’uscita per questa vicenda?
«L’unica via d’uscita ora sarebbe rivedere le condizioni della donna. Eluana deglutisce. Una funzione che ha rivelato il neurologo Dolce e che si è scoperto solo dopo la sentenza».

Dietro questa storia c’è però una sentenza della Cassazione. Viene da dire: la legge è legge.
«Certo. La legge è legge. La sentenza è definitiva e non si discute. Ma si basa sul principio di irreversibilità, concetto che la medicina ha abbandonato da tempo».

Esiste una soluzione?
«Un testamento biologico aiuterà a interpretare in modo corretto la volontà delle persone. Possibilità che per Eluana non c’è. Cosa sarebbe successo se Eluana avesse avuto come Terry Schiavo una famiglia e un marito in disaccordo con il padre? Non saremmo stati dalla parte della vita?».