Da Elvis a Marilyn, il mito dei morti viventi

I giornali hanno raccontato la loro fine. Ma molti pensano che siano solo spariti dalla scena pubblica

Eleonora Barbieri

Sono ancora lì, insieme. Uccise dal destino, ma non nella fantasia dei loro milioni di fan, le leggende del ventesimo secolo vivono ancora sul Boulevard of broken dreams. Il viale dei sogni spezzati, della vita di chi non ha incontrato soltanto la fine, ma ha aperto lo spazio al mito che è immortale. È vero, i giornali hanno scritto che sono morti. Ma chi riesce a scrutare lungo quella strada infinita ancora li può vedere.
Il primo ad entrare in questo luogo dell’immaginario è stato James Dean: il ribelle senza una causa che, da una cittadina dell'Indiana, è arrivato sugli schermi di tutto il mondo per sconvolgerlo. Il 30 settembre del 1955 era a bordo della sua Porsche Spyder 550. Amava le macchine, la velocità, si è detto che, lungo quella strada, la statale 466 della California, stesse correndo troppo. La sua vita è finita così, con un banale incidente. Già allora non era semplicemente «un attore»: ma, da allora, si è trasformato in un simbolo. Per sempre. Tanto che la sua Porsche, il «Little Bastard» - così soprannominata per una scritta sulla fiancata - è entrata nella leggenda. Un tale George Barris la acquistò e la portò in giro per tutta l'America, per mettere in guardia i giovani dai pericoli della guida - quegli stessi ragazzi che per James Dean avevano perso la testa e avrebbero continuato ad osannarlo come mito intoccabile. Ma poi anche «Little Bastard» è scomparsa. Il mistero vuole che le parti dell'auto siano state rivendute, trascinando con sé la maledizione sui successivi proprietari. Qualche anno dopo, nel 1962, nel Boulevard è salita anche Marilyn Monroe. Anche della sua morte nessuno si è mai fidato. Perché, come nel caso di James Dean, non si trattava della scomparsa di un comune mortale. Si trattava della leggenda delle leggende, destinata a non tramontare mai. Suicidio, omicidio, le ipotesi si sono susseguite e i suoi ammiratori non si sono mai arresi. Come quelli di Elvis Presley. Il re della musica rock è ufficialmente scomparso il 16 agosto del 1977. Il pellegrinaggio annuale e costante a Graceland dice il contrario. Qui, in questa tenuta vicino a Memphis, nel Tennessee, ogni anno migliaia di fan tornano a omaggiare il loro idolo, il loro unico sovrano. Qualcuno ha tentato di ingannarli, mettendo in giro la voce che non ci sia più. E loro prontamente riescono a scovare una storia, un dettaglio misterioso che tenga in vita i loro sogni. Si raccolgono qui, nell'Heartbreak Hotel, l'albergo dei cuori spezzati - che non è solo il titolo di una canzone o un'invenzione commerciale.
Lì abita anche Jim Morrison. Sua moglie Pamela disse di averlo trovato senza vita nella vasca da bagno, alla Ville Lumiere. Era il luglio del '71. Tre anni dopo anche Pam finiva schiacciata da un'overdose. Molti non le hanno creduto. Come hanno diffidato di Courtney Love, la trasgressiva-per-forza moglie di Kurt Cobain. Come hanno dubitato che un folle abbia davvero ucciso John Lennon. Forse non bisogna credere a certe storie. Forse soltanto, come ha scritto il New York Tribune all'indomani della morte di Marilyn, «il mondo perde un po’ di bellezza». Non i suoi sogni.