Elzeviri d’umanità dalla Milano del Dopoguerra

Francesca Amé

A parlare di elzeviri si pensa subito, e il sostantivo aiuta, a scritti ricercati, che lasciano poco spazio alla replica. Per certi versi i ventitré testi che compongono l'ultimo libro di Gian Carlo Rivolta sono davvero degli elzeviri: brevi, ben scritti, non mancano di ironia. Subito però il lettore (anzi «i cinque lettori», come scrive Rivolta, giocando manzonianamente al ribasso) vi trova una profonda umanità. Il titolo, «La favola della vita» (Sugarco edizioni, pagine 187, 15 euro) suggerisce qualcosa, il sottotitolo molto di più: «Piccole storie ambrosiane attraverso il Novecento».
Sono infatti brevi racconti ambientati a Milano quelli che Rivolta ha raccolto nel volume dopo averli pubblicati, negli ultimi cinque anni, su «Civiltà ambrosiana»: composti insieme, uno di fila all'altro, sono un piacevole viaggio nella Milano del Dopoguerra. «Piccole storie di vita vissuta" - così le chiama l'autore - che lo scorrere del tempo permette oggi di narrare con dolcezza e disincanto. Scrittore della memoria apprezzato anche da Giuseppe Pontiggia, Rivolta a Milano è docente di diritto alla Statale e noto giurista.
La puntigliosità del mestiere, che gli ha permesso di redigere, accanto a diverse opere narrative, anche una serie di volumi di legge, non hanno inaridito il suo lessico e il suo periodare. Anzi. A scorrere i suoi racconti, sono proprio i piccoli, realistici dettagli a restituire il sapore di una Milano che non c'è più. Come la storia di don Güstìn, prete di rozze maniere e cuore grande, che si toglie il pane di bocca per «le sue pecorelle» ma non sa dire un'omelia decente o quella sull'abitudine ambrosiana delle preghiere prima della cena, recitate attorno a un tavolo ben apparecchiato, che ricorda tanto le immagini che anche Carlo Emilio Gadda evoca nell' «Umanità degli ultimi».
E così via Canonica, con le sue case di ringhiera e la sua gente, diventa il punto di osservazione privilegiato di una città che esce da una guerra che l’ha lacerata: i ricordi di Rivolta si mescolano con la storia che non si legge nei manuali ma che rimane, come quella polvere sottile che si annida agli angoli, nei meandri della memoria di chi ne è stato testimone. Sono queste le storie del «suo» Dopoguerra: quelle di un Rivolta ancora piccino, di padre antifascista e di madre ammiratrice del Duce, che sente il racconto dello stupro di Eva, giovane benestante colpevole di essere nata in una famiglia collaborazionista del regime di Hitler. Quegli anni a Milano hanno anche il volto di una città dove gli alberi sono presi ad accettate per farne legna da ardere e pochi sono gli spazi verdi rimasti per il gioco dei ragazzi. Tra questi, i Giardini di porta Venezia.
Rivolta ci andava in tram, con il 14, insieme alla nonna e quel percorso tra le vie della metropoli era ogni volta una sorpresa. La gita, la chiamavano. Se la musa di Rivolta è il ricordo, molto spesso la personale esperienza, è pur vero che la sua penna ci restituisce un quadro di Milano che non si discosta molto dal rigore dello storico: precise le indicazioni di fatti, luoghi, persone. Certosina la ricostruzione della vita dei personaggi rievocati come quella, struggente, di Mamà: sposatasi giovanissima in un piccolo paese della Carnia, vedova con figli a quarant'anni, la buona Mamà a Milano veniva di rado e un giorno rimase di sasso dinnanzi alle prime minigonne. Non capirà mai le donne di città.
C'è tanta umanità, si diceva, in questi elzeviri di Gian Carlo Rivolta dove l'abitudine insolita della prima persona, presente in quasi tutti i racconti, non stride ma suggella con sentita partecipazione la vicenda. A noi che quegli anni non li abbiamo vissuti, ma che sovente li abbiamo sentiti raccontare (non senza gli occhi umidi), davvero queste storie paiono, sospese come sono nella memoria, vicine alle favole. Con un titolo preso a prestito da una frase di Corrado Alvaro («La favola della vita m'interessa ormai più della vita»), Rivolta confeziona in poco meno di duecento pagine una guida sui generis della nostra città. È un manuale sulla sua storia semplice, sul suo passato neanche troppo lontano eppure già scalzato via, sulle sue ragazze (e ragazzi) d'altri tempi. Quelli che, quando gli olmi di via Pacini si ergevano ritti lungo la strada, timidamente si guardavano negli occhi e tenendosi per mano si avviavano verso una panchina nascosta dagli alberi. Conclude Rivolta: «Sarà dunque così (se mai potrò meritarlo) il mio paradiso?».