Emarginati per eccesso di libero pensiero

Esce un saggio sui due scrittori controcorrente che hanno raccontato (senza ideologie) l'Italia

Niente di più fastidioso delle epopee degli scrittori «dimenticati», «irregolari» e «misconosciuti». Queste etichette, spesso applicate a Giuseppe Berto e Antonio Delfini, nascondono pigrizia e ipocrisia. Dimenticati? Non dai lettori: pochi o tanti che siano, essi non restano mai indifferenti di fronte a capolavori come il romanzo di Berto Il male oscuro o i racconti di Delfini del Ricordo della Basca. Irregolari? Si può sapere rispetto a quali fantomatiche regole? I grandi artisti di solito non seguono le regole. Misconosciuti? Solo da chi si accontenta dell'ovvio. In realtà Giuseppe Berto è molto conosciuto, avendo venduto oltre un milione di copie, e non solo in Italia. A Delfini non è toccato analogo successo ma ha avuto ciò che in parte è mancato a Berto: il consenso di lettori influenti come Carlo Bo, Eugenio Montale, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Bassani, Cesare Garboli, Natalia Ginzburg, Gianni Celati e Giorgio Agamben, tanto per dirne qualcuno.

Gli uomini erano diversi. Il veneto (...)

(...) Berto (1914-1978) era un galantuomo che sapeva difendersi, non a caso aveva partecipato a un paio di guerre. Il modenese Delfini (1907-1963) era un galantuomo che non sapeva difendersi, troppo fragile anche solo per pensare di imporsi. La «grande» editoria sciaguratamente lo ignorò e lo ignora tuttora (con qualche eccezione, per fortuna). Berto e Delfini erano diversi anche come artisti. Il primo preferiva il romanzo, nonostante abbia scritto racconti, drammi, sceneggiature. Il secondo sperimentò il racconto in tutte le sue possibilità, dall'autobiografia alla satira, e fu inoltre uno splendido poeta, che scrivesse in versi o in prosa. Sia Berto sia Delfini, pur essendo principalmente narratori e rifiutando la formula dell'impegno dogmatico, hanno saputo dare una lettura fuori dagli schemi degli anni tragici del nostro Paese: il Ventennio, il conflitto mondiale, la guerra civile, la contraddittoria ricostruzione.

Il fatto che autori come questi siano considerati irregolari, misconosciuti o dimenticati, suggerisce che l'Italia abbia un problema di libertà da risolvere. Così rispose Antonio Delfini a un questionario sullo stato della cultura italiana e in particolare sulla emarginazione degli artisti che non accettano l'impegno come forma di propaganda di una certa parte politica: «È un problema di libertà. Non è un problema di libertà della cultura. Se un popolo non ama la libertà, quel popolo non avrà cultura. I rappresentanti di esso - incolti, vanitosi e vacuamente sterilmente eruditi (con tutta la conseguente ignoranza travestita) - non avranno amore per la cultura e staranno attenti che nessuno del popolo scopra il loro inverecondo disinteresse per la libertà». Berto, riferendosi ai «gruppi di potere intellettuale» pronti a scomunicare chi non accetta di sottomettersi alla vulgata marxista, invece disse: «Ora se si pensa che in mano a questi gruppi ci sono tutte, o quasi, le case editrici, ci stanno tutti, o quasi, i premi letterari, ci sono gli emolumenti e le facili prebende elargite dalla televisione italiana, allora si capisce che in questo nostro Paese uno scrittore che voglia mantenersi libero ha la vita più dura di quanto la gente non sappia».

Berto e Delfini sono stati emarginati dagli intellettuali o dall'industria editoriale per eccesso di libero pensiero. Erano imprevedibili. Non appartenevano al mainstream sinistrorso né a quello destrorso, infinitamente più piccolo. Ne erano consapevoli. Scriveva ancora Antonio Delfini: «Io non sono certamente un uomo che possa far carriera. Letico coi conservatori (moderati furbi intriganti democratici socialisti non conservatori) per difendere le mie idee di comunista. Letico coi comunisti per difendere le mie idee (in questo caso sarebbe meglio dire: le mie emozioni, i miei ricordi, i miei affetti) di conservatore». E Giuseppe Berto: «Mi chiamo Giuseppe Berto. Ho 58 anni e da trent'anni circa faccio lo scrittore. Sono un isolato. La critica - quando dico critica non intendo soltanto la schiera di coloro che recensiscono libri di mestiere, includo anche i vari gruppi di potere intellettuale - da principio mi definì dilettante. Poi, siccome mi ostinavo a scrivere, ma ancor più mi ostinavo ad osteggiare i gruppi che manipolano i successi, dissero che ero pazzo e negli ultimi anni - cioè dopo la pubblicazione d'un libretto intitolato Modesta proposta per prevenire - anche fascista. Ora, io non sono fascista, ma non sono nemmeno antifascista. Sono venuto qui appunto per difendere il mio diritto di non essere perseguitato come fascista solo perché non voglio dichiararmi antifascista».

Berto e Delfini hanno scelto di camminare per la propria strada. Lo hanno fatto senza atti di particolare eroismo. Essere liberi veniva loro spontaneo come a molti altri viene spontaneo gettare il cervello all'ammasso.

Era destino che si incontrassero, anche se questa amicizia non è ancora stata raccontata. Il tramite tra Berto e Delfini fu il critico Giancarlo Vigorelli. Il luogo in cui si incontravano, assieme ad altre persone, era il caffè Canova di Roma dove Vigorelli faceva «salotto». Senz'altro molte discussioni vertevano sui contenuti della rivista L'Europa letteraria, diretta da Vigorelli e pubblicata a partire dal 1960. Non sorprende quindi che Giuseppe Berto, nel 1971, dedicasse il suo criticatissimo pamphlet politico, Modesta proposta per prevenire, ad Antonio Delfini, autore, vent'anni prima, del provocatorio Manifesto per un partito conservatore e comunista in Italia, che passò quasi inosservato. Da queste opere parte la nostra esplorazione di un aspetto, quello politico, dell'ampio mondo di Giuseppe Berto e Antonio Delfini. Nella loro distanza come artisti, essi si dimostrano vicini nel modo in cui guardano all'Italia. Entrambi hanno attraversato il fascismo. Entrambi lo hanno abbandonato. Entrambi hanno rifiutato l'antifascismo militante in cui hanno visto un erede del fascismo più che una forza liberatrice. Entrambi hanno demistificato la storia italiana e alcuni suoi miti: dal peso militare della Resistenza (scarso) alla bellezza della nostra Costituzione (discutibile). Entrambi hanno dato un giudizio durissimo sulla borghesia italiana, traditrice della sua missione (Berto) e insopportabilmente avida (Delfini). Entrambi hanno dato un giudizio durissimo sul capitalismo italiano, allergico al libero mercato, fondato sulla speculazione, legato alla politica. Entrambi hanno testimoniato la dolorosa scomparsa di un mondo antico, e in fondo nobile anche nella miseria, soppiantato dalla modernità con vantaggi talvolta dubbi. Come scriveva Giuseppe Prezzolini, i conservatori non sono gli uomini del domani ma del dopodomani. Una definizione perfetta per Berto e Delfini, così acuti nell'osservare (e criticare) il progresso da trovarsi all'avanguardia.