Embrioni fotocopia dalla pelle di un uomo

I nuovi nuclei hanno lo stesso patrimonio genetico del donatore. I timori: &quot;Rischiamo di creare dei mostri&quot;. E la Gran Bretagna dà il via libera ai test con cellule uomo-animale. Sì alla conservazione delle staminali dal <strong><a href="/a.pic1?ID=234821">cordone ombelicale</a></strong>

Da un convegno tra i maggiori esperti del mondo in fatto di staminali, due notizie scientifiche dirompenti. La prima. Negli Usa sono riusciti a realizzare per la prima volta un embrione-clone umano partendo da una cellula della pelle. L’annuncio è stato dato dalla «Stemagen», azienda californiana che ha l’ambizione di produrre, aggirando ogni problema etico, embrioni che possano essere utilizzati per fornire cellule staminali umane, quelle che danno origine a tutti i tessuti dell’organismo. Queste cellule, infatti, possono essere prodotte su misura e trasformarsi in tessuto di cui il paziente ha bisogno senza che esistano problemi di rigetto.

Il metodo consiste nel raccogliere cellule della pelle donate da uomini e ovociti donati da giovani donne sottoposte a trattamento ormonale per aumentare la fertilità. Si passa poi alla produzione dell’embrione iniettando il Dna nucleare estratto dalle cellule della pelle maschile nelle uova svuotate dal loro nucleo. Con questo metodo, sono stati prodotti 21 embrioni, dei quali 5 sono sopravvissuti e si sono sviluppati fino allo stadio di blastocisti in cui l’embrione è formato da circa 40-72 cellule. A questo stadio di sviluppo le cellule staminali embrionali avevano lo stesso patrimonio genetico del donatore (quello a cui è stata prelevata la cellula della pelle). Evidenze che sono state portate come prova che la loro tecnica funziona.

E ora la seconda notizia, che riguarda i cosiddetti «embrioni chimera» sdoganati dal mondo della fantascienza ed entrati ufficialmente nella realtà. Aveva già suscitato clamore e scandalo nel settembre scorso quando era stata annunciata la sperimentazione dallo scienziato Stephen Minger. Poi il silenzio era calato in attesa del via libera dall’Human Fertilisation and Embryology Authority (Hfea) britannica. Che è arrivata (guarda caso) nel bel mezzo del convegno italiano. Proprio ieri, infatti, è arrivato il via libera delle autorità britanniche ai test. E lo scienziato che li coordinerà, Stephen Minger, non ha nascosto la sua gioia.

«Sono davvero molto soddisfatto» ha dichiarato in una pausa dei lavori di Pavia. E c’è da credergli. Il primo annuncio aveva scatenato stupore, ammirazione ma anche molta preoccupazione. L’accusa più diffusa era quella di voler creare «mostri uomo-animale» da usare a piacimento per interessi economici, e poi destinati alla distruzione. Ma ormai le polemiche sono state superate e ora siamo alla fase pratica.

Saranno due, come annunciato da tempo, i centri autorizzati a creare gli embrioni ibridi: il King’s College di Londra e l’università di Newcastle. Le strutture potranno partire subito e proseguire per la loro strada per un anno. Ogni altro laboratorio del Regno Unito che volesse seguire il loro esempio dovrà presentare formale richiesta all’Hfea, che deciderà caso per caso. Come previsto dal protocollo di ricerca, sulla base del quale le due strutture potranno iniziare a eseguire le loro sperimentazioni, gli embrioni ibridi creati per estrarre le staminali verranno distrutti entro il 14° giorno di vita. E mai inseriti all’interno di un utero. Precauzioni che gli scienziati hanno adottato per evitare di sottoporsi ad altre aspre critiche.