Emergenza "falsi d’autore": ci fanno perdere 25 miliardi

Con la crisi cresce la contraffazione: in fumo 130mila posti di lavoro regolare Allarme agroalimentare: le imitazioni hanno un giro d’affari di 60 miliardi

Non solo lenzuola stese sull’asfalto, bancarelle nei mercati o scatoloni fatti sparire in tutta fretta all’approssimarsi dei vigili. La contraffazione in Italia tenta il salto di qualità. Sempre più spesso, infatti, i «falsi d’autore» finiscono nella rete di vendita tradizionale, sugli scaffali di negozianti che - spesso inconsapevolmente, a volte tentando di fare i furbi - finiscono per giocare sullo stesso terreno dei venditori ambulanti abusivi, come hanno dimostrato i recenti controlli della Guardia di Finanza in pieno centro di Roma. Un fenomeno che preoccupa l’industria manifatturiera, Federabbigliamento ma anche la stessa Confcommercio, da sempre in prima linea nella lotta alla contraffazione. E che svela le tante facce di un problema complesso in cui la verità assume forme ambigue e riserva facilmente sorprese.

Un’unica certezza sembra emergere all’orizzonte. La crisi economica sta moltiplicando il giro d’affari della contraffazione. E sta accendendo la tentazione, a diversi livelli della filiera, di aumentare i margini di guadagno in maniera truffaldina. Un episodio, in particolare, ha fatto salire il livello di allarme. Alcune settimane fa, nel napoletano, la Guardia di Finanza ha scoperto una sorta di «accordo di scambio» tra camorra e produzione cinese. In pratica i napoletani producevano le scarpe Hogan, girandone quantitativi importanti ai cinesi. I cinesi, in cambio, giravano loro le Nike contraffatte.

A colpire i finanzieri è stata la «qualità» della produzione. Per le Hogan - su questo marchio la produzione «parallela» avviene interamente in Italia - è stato trovato un macchinario grande quanto una stanza, destinato alla riproduzione delle suole, finora uno dei punti deboli dei falsari. Così come è stato riscontrato un sensibile miglioramento del packaging. Il costo delle Hogan contraffatte variava da 22-25 euro a 35 al paio, per un prezzo di vendita di circa 80 euro. Ma questo è soltanto uno dei tanti casi visto che gli investigatori registrano «falsi di qualità» su tanti marchi, tra i quali Peuterey, Blauer e Fay. C’è anche un altro fronte su cui si sta lavorando a livello investigativo. Esiste, infatti, il sospetto che la camorra stia iniziando a imporre ai commercianti la vendita di una quota di prodotti contraffatti, prodotti un tempo confinati nei mercati. Una nuova forma di pizzo collegata alla tentazione della criminalità organizzata di diventare produttrice e non solo distributrice.

Di fronte a questo quadro nelle associazioni di categoria sale la preoccupazione. Confcommercio, con il presidente Sangalli, denuncia da tempo come la contraffazione sottragga almeno 130mila posti di lavoro regolari e valga una cifra oscillante tra i 18 e i 25 miliardi di euro solo per l’Italia. E Cesare Romiti - che ieri ha presentato a Roma nella sede del Cnr la fondazione Worldwide Trade and Consumer Protection (Wtcp), con sede a New York, Ginevra e Roma, insieme a Marisa Ponti Lori Del Poggio - calcola che il fenomeno possa raddoppiare entro il 2015. A questo si aggiunge lo straripante fenomeno del «falso» Made in Italy agroalimentare che ci sottrae centinaia di migliaia di posti di lavoro, come ha denunciato ieri Federalimentare, raggiungendo un giro d’affari da 60 miliardi l’anno, con 54 miliardi di Italian Sounding (ovvero la produzione che fa «eco» subdolamente al Made in Italy), e 6 miliardi di contraffazione vera e propria. La richiesta è di applicare «tolleranza zero».

Ma il fenomeno è tentacolare. Le aree maggiormente interessate alla produzione di merci contraffatte sono: Napoli, l’hinterland milanese e la provincia di Prato. Si moltiplicano anche le vie di transito internazionali con il porto di Rotterdam come punto di approdo dei container e le successive triangolazioni verso Germania, Bergamo e Brescia. Ma c’è preoccupazione anche per il porto ateniese del Pireo, affittato in larga parte dai cinesi a causa della crisi greca, con un investimento di 3,3 miliardi.

«Purtroppo alcune aziende del lusso non hanno compreso in pieno il pericolo che corrono» spiega Cesare Romiti. «C’è una disattenzione che è necessario combattere. L’Italia oggi è uno dei centri della contraffazione sia come contraffazione subita che come contraffazione creata». Una tesi sposata anche dal presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla contraffazione, il leghista Giovanni Fava. «Con la crisi la contraffazione aumenta fisiologicamente ma quella in atto è una vera pandemia» spiega. «Inoltre tra le grandi griffe c’è chi chiude un occhio. Alcuni brand pensano che la contraffazione funzioni come “volano del desiderio”.

A volte si rivolgono a laboratori di conto-terzisti che lavorano per il bianco e il nero, senza controllare a dovere. A Prato è stato scoperto un laboratorio cinese che aveva commesse per la produzione da una famosa griffe italiana. Ebbene in questo laboratorio producevano, con i materiali originali, prodotti sia per il mercato legale che per quello parallelo. Ci sono troppi furbetti in giro. E tanti effetti collaterali. Ad esempio sta quasi scomparendo il contrabbando di sigarette sostituito dalla produzione, in Cina, Romania e Italia, di sigarette contraffatte. Così come ogni anno muoiono 50 bambini in Italia per i giocattoli contraffatti. Una piaga che non possiamo più tollerare».