Emergenza immigrazione

da Milano
Il vestito dell’ideologia gli sta stretto. Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano ed esponente di punta del Partito democratico ambrosiano, taglia la questione Rom col coltello del pragmatismo. E non ha paura di esprimere giudizi controcorrente, scandalosi per il vocabolario della sinistra.
Presidente Penati, cominciamo dal censimento dei Rom.
«Era ora».
Siamo in ritardo?
«Io non ho capito perché non l’hanno fatto prima. E perché c’è voluto tanto tempo per creare i commissari per l’emergenza Rom».
Ha provato a chiederlo a Romano Prodi?
«Il governo, o meglio la maggioranza che lo sosteneva, ha avuto troppe esitazioni sul pacchetto sicurezza e ha pagato questi ritardi in termini elettorali».
Il censimento è una forma di schedatura?
«No, è un dovere».
Addirittura?
«Scusi, di me e di lei si sa tutto. Abbiamo in tasca una carta d’identità, se guidiamo nel portafoglio c’è la patente, conserviamo il nostro codice fiscale. Se prendiamo in affitto un appartamento, il contratto viene inviato in Questura. Se poi andiamo in auto ad alta velocità, ecco la foto che identifica il mezzo con relativa multa. Devo continuare?»
Dunque?
«Dunque il problema non è la schedatura ma dare un’identità a chi vive nell’ombra».
Sembra di sentire il ministro degli Interni Bobo Maroni.
«No, guardi, questo è il pensiero di Filippo Penati. Io aspetto Maroni e il governo all’appuntamento con i fatti concreti. Si fa presto a correre con gli annunci, contano i risultati».
Che Prodi non ha raggiunto.
«Appunto. Ora vediamo cosa combinerà Berlusconi, oltre alle chiacchiere. Il censimento non sarà una passeggiata».
Documenti e foto per tutti i Rom?
«Certo. Come per noi. Nessuna discriminazione, ma informazioni necessarie per la convivenza civile. Io non mi sento umiliato se, in albergo, mi chiedono un documento d’identità».
Le impronte digitali per i bambini?
«Più che altro mi sembrano inutili».
Inutili?
«Perché prenderle solo a loro? È una questione controversa, delicata. Ma mi faccia fare un passo indietro».
Prego.
«Il punto centrale è il censimento. Se un uomo non dà i suoi dati, allora sì che dobbiamo avere le sue impronte digitali».
Per i minori?
«Quel che conta è l’identità: raccogliamo i loro dati anagrafici e fotografiamoli».
Davanti alle difficoltà?
«Questo è il compito dello Stato. Anzi, una parte. Poi dobbiamo intervenire con fermezza per togliere i bambini dalla strada».
Basta con i piccoli Rom che chiedono l’elemosina?
«Dobbiamo tutelare l’infanzia. Se necessario, e spesso lo è, dobbiamo portare via i bambini dalle famiglie e sistemarli in comunità protette».
I minori bloccati decine di volte a rubare alla Stazione Centrale di Milano scappano anche da lì.
«Non deve succedere più. E mi si permetta, non deve più accadere quel che abbiamo visto a Verona».
Si riferisce alla scarcerazione dei Rom che costringevano i bambini a rubare?
«Certo. Non conosco nel dettaglio le motivazioni che hanno spinto i giudici a metterli fuori, ma l’episodio è vergognoso. Chi si comporta così deve stare in cella».
E la tanto sbandierata libertà del giudice?
«Nessuno vuole calpestare l’indipendenza della magistratura ma si dovrà pur trovare un metodo per fermare questa barbarie. I più piccoli non devono essere vittime di spietate organizzazioni criminali».
Anche le moschee dividono l’opinione pubblica.
«La libertà di culto va garantita. Però».
Però?
«Però se in una moschea si fa altro...»
Se diventa luogo di reclutamento di aspiranti terroristi?
«Allora va chiusa. Senza se e senza ma. E questo ce lo deve dire il ministro degli Interni. In ogni caso, per rimanere a Milano, i musulmani se ne devono andare da viale Jenner».
Perché?
Perché la situazione al venerdì, giorno di culto, è ingestibile. Ci vuole rispetto per tutti. Per chi prega e per chi vive in quel quartiere».