Un’emergenza nelle emergenze

Il conto del disastro napoletano forse bisognerebbe presentarlo anche ad alcuni grandi organi di informazione locali e nazionali. Per tutti gli anni Novanta, infatti, il coro degli opinionisti à la page dalle colonne dei maggiori quotidiani nazionali elogiava quel «rinascimento napoletano» che sarebbe stato innescato dall’arrivo di Bassolino e che invece non è mai esistito. Alcuni di quegli opinionisti addirittura erano sul libro paga della Regione. Dopo quattordici anni di governo ininterrotto della sinistra durante i quali Bassolino è stato sindaco di Napoli e per quasi due anni anche ministro del Lavoro, presidente della giunta regionale e commissario straordinario per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani, le macerie di Napoli sono diventate una vergogna nazionale ed internazionale. Il cumulo di rifiuti che sommerge le strade di Napoli e della sua provincia, però, sono solo la punta visibile e scellerata di un disastro che non è solo ambientale ma anche sanitario, industriale, finanziario e criminale. Napoli e la sua provincia negli ultimi tre lustri sono diventati una sorta di Afghanistan dove troneggiano i signori della guerra camorristica (ben oltre cento morti ammazzati nell’ultimo anno) con una impressionante pervasività degli interessi criminali in moltissimi settori economici e dove larga parte del territorio urbano e provinciale è sfuggita ormai al controllo dello Stato. Il sistema sanitario è una bomba ad orologeria per la salute dei napoletani. Accanto a punte di eccellenza professionale, il complessivo degrado strutturale del sistema ospedaliero in termini di attrezzature e di edilizia è cosa che si può toccare con mano ogni giorno. Impera una gestione clientelare di larga parte delle nomine di primari e di aiuti in una lunga stagione nella quale sono stati eliminati i concorsi che, con tutta la loro fragilità, rappresentavano pur sempre una selezione meritocratica dell’organizzazione ospedaliera. Quasi un anno fa, dopo una denuncia impietosa dello stato in cui versavano la maggior parte dei servizi di pronto soccorso, la Regione emise un’ordinanza secondo cui gli ammalati nel maggior dipartimento di emergenza della Campania, quello dell’ospedale Cardarelli, potevano stare in barella solo per sei ore. Come già avemmo modo di scrivere, nessuno si accorse però della comicità di questa ordinanza sulle «barelle ad orario». Dopo le sei ore bisogna sopprimere i barellanti o chi aveva la fortuna di avere occupato un posto in corsia? Mistero non ancora risolto. E come sempre capita al danno si è aggiunta la beffa di un debito sanitario dell’ordine di quasi cinque miliardi di euro cartolarizzati attraverso strane società all’uopo costituite come la Soresa dove interessi pubblici e consulenze private sembrano fare un comune giro di valzer.
Ma non è finita. L’occupazione a Napoli è passata da un milione del 1990 a 884mila nel 2006 toccando la punta più bassa nel ’95 con 770mila posti di lavoro. Qualcuno potrà dire che in questi anni Napoli ha perso quote di popolazione ma anche nell’intera Regione gli occupati sono diminuiti. Alla fine del 2006 mancavano all’appello rispetto al 1990 quasi 200mila posti di lavoro. Il processo di deindustrializzazione nel Napoletano è stato massiccio e il risanamento delle aree industriali dismesse è ancora fermo al palo. Valgono per tutti gli esempi di Bagnoli e dell’area orientale della città sulle quali vent’anni fa esistevano stabilimenti industriali che andavano, sì, rimossi, ma nel contempo dovevano essere sostituiti con verde attrezzato, insediamenti scientifici e turistici. Sono quasi quindici anni che l’area di Bagnoli attende di essere risanata e riutilizzata avendo intanto già ingoiato oltre 500 miliardi di vecchie lire, mentre per l’area orientale siamo pressoché fermi a un dibattito senza fine. Nella stagione dell’enfasi dell’inesistente «rinascimento napoletano» noi non dimentichiamo la visita in pompa magna nella città, nella seconda metà degli anni Novanta, di una delegazione degli industriali di Modena guidata dall’allora presidente Luca Cordero di Montezemolo. Sembrò l’arrivo di Cristoforo Colombo nelle Americhe per dare «agli indiani napoletani» investimenti e sviluppo. Un’ennesima operazione di marketing senza vergogna che naturalmente si risolse nel nulla.
Se ricordiamo queste cose è solo per sottolineare come molti hanno usato, perfino i politici, quella che è la vera tragica ricchezza di Napoli, la miseria. Una ricchezza utilizzata da importanti frange sindacali e imprenditoriali per chiedere provvidenze, dalla parte più deteriore della politica per operazioni di clientelismo di massa, dalla criminalità organizzata per imporre su larga parte dell’area napoletana il suo intollerabile tallone intriso di sangue e di violenza. Ha ragione da vendere Giuseppe Galasso quando ricorda anche la responsabilità della mitica società civile di quella città a cominciare da parte rilevante degli intellettuali. Mentre una loro minoranza denunciava o rientrava in un silenzio più eloquente che mai, molti erano preda di quella strisciante intimidazione mediatico-giudiziaria che ha annullato in questi tre lustri ogni controllo e ogni critica sull’istituzione e di quel clientelismo «industriale» messo in piedi nella stagione bassoliniana. Sino a pochi mesi fa la Regione aveva 37 società partecipate con 255 consiglieri di amministrazione e con oltre sei milioni annui di indennità, mentre il Comune partecipava ad altre 25 società. Una situazione senza precedenti nella pur tormentata storia della città e che testimonia, insieme al resto, la manipolazione del consenso in una società strutturalmente debole come quella napoletana e nella quale erano scomparsi i partiti con il loro primato politico mentre compariva l’autoreferenzialità di presidenzialismi senza controllo come quelli di Bassolino e della Jervolino. Ecco, dunque, perché le tonnellate di rifiuti che sostano nelle strade della città e della provincia sono un’emergenza nell’emergenza che ha fatto di Napoli il simbolo internazionale del sottosviluppo e del degrado distruggendo quel tanto che pure era stato fatto nei decenni precedenti. E diventa oggi difficile non condividere quel che diceva un viaggiatore inglese alla fine del Settecento quando parlava di Napoli come l’unica città mediorientale senza un quartiere europeo.