Emerson: «Noi, forti come il mio Brasile»

Alessandro Parini

da Torino

Lo dice quasi con pudore, David Trezeguet: «Se andremo a più otto sul Milan, avremo la possibilità di fare qualcosa di importante». Lo dice stringendosi nella tuta bianca che lo avvolge facendolo sembrare ancora più filiforme. Capello lo aveva fatto riposare a Lecce e lo ha ripresentato contro la Sampdoria. Lui ha ringraziato, si è sbattuto di qua e di là senza troppo costrutto per quaranta minuti e poi ha piazzato la zampata: mica te lo puoi dimenticare per due secondi, il numero diciassette della Juventus. La palla ballonzola in mezzo all’area? Arriva lui e la caccia in rete: Samp anestetizzata e gol 103 con la Juventus. A meno uno da Platini, il francese che ha scritto la storia recente della Signora. Appena gliene danno la possibilità, il francese di Rouen la caccia dentro. C’è poco da fare: è un Inzaghi più alto, più giovane, più completo. Mai in crisi di gol, Trezeguet: è arrivato a Torino nell’estate 2000 e, da allora, ha segnato quei famosi 103 in 175 presenze.
A Milano, domani, ci sarà. Come c’era in occasione dell’ultima sfida, quella della scorsa primavera. Caviglia attaccata un po’ con lo scotch, il desiderio di scendere in campo comunque anche a causa dell’assenza di Ibrahimovic (squalificato), il colpo di testa vincente su assist in rovesciata di Del Piero e lo scudetto numero ventotto praticamente portato a casa. «Giocheremo sapendo di essere nella posizione ideale – ha proseguito l’attaccante -. Toccherà a loro fare la gara, noi potremo aspettare un minimo e comportarci di conseguenza. Ma l’idea di andare a più otto ci piace, eccome». Piace anche a Del Piero che ieri, sul proprio sito Internet, ha lasciato da parte la solita cautela dicendo di «volere sfruttare al massimo la trasferta di Milano». La Juve punta insomma al bersaglio grosso, ad ammazzare il campionato quando ancora non è arrivato l’inverno, a vincere dieci partite di fila e a spaventare il mondo calcistico. Un po’ come, tra le Nazionali, sta facendo il Brasile: «La Juve e la Seleçao non si assomigliano nello stile di gioco – ha commentato Emerson -, ma sono certamente le squadre migliori nelle quali io abbia mai giocato. Qui gli attaccanti aiutano molto di più, la squadra è più compatta e punta dritta all’obiettivo. Con il Brasile prediligiamo il possesso palla, i ritmi sono diversi e gli attaccanti non sono così coinvolti nella fase difensiva». E la Juve va.