Emerson: «Porto in Italia il rock che sfida le mode»

In concerto i miei classici ma preparo un nuovo cd

Antonio Lodetti

da Londra

«Sono tifoso dell’Inghilterra, ma ora tifo Italia. Terrò il mio primo concerto a Roma lunedì, il giorno dopo la finale, e vorrei che fosse una seconda festa. Potrei anche tirar fuori il tricolore». Scherza ma non troppo Keith Emerson, il re Leone delle tastiere che ha sposato la Karelia di Sibelius e i Quadri di un’esposizione di Musorgskij (da cui ha tratto un album di straordinario successo)con la tecnologia inventando il rock progressivo più estremo. Carl Palmer è ai box; Greg Lake è in giro per il mondo con la sua nuova band, Emerson torna a confrontarsi con il suo mito. Lo fa in quartetto, col chitarrista Marc Bonilla, il bassista Phil Williams, il batterista Pete Riley, partendo lunedì da Roma (Villa Ada) per la rassegna «Roma incontra il mondo».
Un pezzo di storia del rock torna sul palco.
«Se ami davvero la musica non lasci mai il palcoscenico. Il tour è faticoso a sessant’anni suonati ma la maturità rende vivo il concerto e l’entusiasmo allontana la nostalgia».
Quindi niente più colpi di teatro e coltellate alle tastiere?
«L’aspetto coreografico era molto importante agli inizi del rock progressivo. Ora anche quello è diventato un classico e quindi la ricchezza del suono è il centro dello show».
Come sarà il concerto?
«Un’antologia del progressive, musica spesso denigrata, anche se per molti e stata una gallina dalle uova d’oro».
Ma cos’è veramente il progressive?
«Una incredibile alchimia di suoni che nascono da molteplici radici per creare un grande caleidoscopio».
Perché non riformare Emerson Lake & Palmer?
«Lo abbiamo fatto molte volte ma è sempre mancata la scintilla. Abbiamo ricevuto molte pressioni per tornare insieme, ma tutti vorrebbero vederci come una volta. I miei gruppi hanno funzionato perché erano nuovi: prima i Nice tra rock e musica classica, poi con Lake & Palmer una fusion irripetibile».
Ma ora ripropone i classici di questi due gruppi.
«Sì ma con un nuovo spirito, nuovi arrangiamenti, con la voglia di proiettarmi nel futuro».
Nuovi progetti quindi?
«Si, sto lavorando in studio e scrivendo nuovi brani per un cd. Proporrò qualcosa di inedito anche nei concerti italiani».
Lei ama molto l’Italia.
«È un paese bellissimo, dove si respira cultura e la gente sa divertirsi. Ricordo gli incontri con Dario Argento, per cui ho scritto le colonne sonore di Inferno e La chiesa, e la sigla del programma tv Odeon dove suonavo Honky Tonk Train Blues di Meade Lux Lewis. Negli aeroporti di Milano mi chiamavano "mr. Honky Tonk"; si diventa più famosi per una sigla che per una vita di canzoni».
Chi è oggi Keith Emerson?
«Un artista che crede in ciò che fa, che compone senza farsi condizionare dalle mode o dai gusti degli altri».
Il suo ultimo cd Emerson plays Emerson era musica classica.
«Meglio musica per piano solo influenzata dai classici. Alle mie radici c’è sempre l’incontro tra blues e suoni classici».
I suoi autori favoriti?
«Nel blues Robert Johnson e Elmore James. Naturalmente Bach,il padre di tutta la musica, Shostakovic, l’imprevedibilità di Grieg, le grandi melodie di Aaron Copland e infine il suono del silenzio».
Con chi le piacerebbe suonare?
«Il mio sogno impossibile. Mi sarebbe piciuto suonare nell’orchestra di Duke Ellington e duettare al piano con lui».