EMILIO AMBASZ Il profeta del verde

L’architetto argentino spiega la sua «filosofia»: costruire con la natura

Lo chiamano «l’architetto verde». Con ammirazione ma forse anche con sospetto. Geniale outsider dell’architettura mondiale, Emilio Ambasz sa di essere molto acclamato e pochissimo amato. Per lo meno da un cospicuo numero di illustri colleghi, quelli che lui definisce «l’internazionale della finestrina quadrata», supponenti epigoni di un Movimento Moderno, ormai spremuto come un vecchio limone.
Argentino di nascita, americano d’adozione, italiano per almeno quattro mesi dell’anno, Ambasz è nato nel 1943 e gronda riconoscimenti e incarichi di prestigio internazionale. Il palazzo governativo creato per la città giapponese di Fukuoka - una prodigiosa piramide a gradoni interamente ricoperta di lussureggianti giardini - è stato subissato di premi, fra i quali l’American Institute of Architects/Businnes Week Architectural e il primo premio per l’architettura ambientale del Japanese Institute of Architects. Ma neppure per sbaglio l’Università di Bologna (dove ha uno studio) o quella di Milano l’hanno mai invitato a una conferenza.
In altre città è successo di peggio. Il grande architetto spagnolo Raphael Moneo vietò espressamente ai suoi studenti di andare a una conferenza di Ambasz, pena la bocciatura. Loro ci andarono lo stesso e in massa, e il professore si rassegnò perché non poteva bocciarli tutti.
In compenso Milano gli dedica ora una mostra alla Triennale («Emilio Ambasz. Costruire con la natura», fino al 24 luglio) e una lussuosa monografia (Emilio Ambasz. Una Arcadia tecnologica, Skira) con testi di Fulvio Irace e Paolo Portoghesi. Non certo la prima mostra (una, fra le tante, si tenne nel 1983 a Milano, Madrid e Zurigo e una grande retrospettiva si aprì al MoMa di New York nel 1989) ma comunque un omaggio singolare al profeta del «green over grey» («il verde sopra il grigio»), da parte della più grigia delle città d’Europa, quella che di recente ha deciso di rincorrere di nuovo il mito dei grattacieli-spettacolo, senza preoccuparsi di congestionare ancora di più il suo già affollato tessuto urbano.
I progetti di Emilio Ambasz portano invece nella direzione opposta, verso la volontà di non fare della città un pietroso contrapposto all’ambiente naturale bensì di creare un’architettura intessuta nel verde, riportandovi la natura. Utopia? Lui preferisce chiamarla poesia. «La poesia - dice - è la mia scommessa esistenziale».
Architetto, vuole spiegare meglio la sua filosofia del «verde sopra il grigio?
«È semplice: voglio restituire agli abitanti delle città tutto il verde che è stato loro sottratto dagli architetti moderni dimostrando che il concetto dominante di oggi secondo cui “le città sono per gli edifici e la periferia per i parchi” è un’idea sbagliata e malsana. L’edificio di Fukuoka dimostra che si può avere un edificio in pieno centro e anche un giardino».
Ma le città sono state sempre fatte di pietra, anche nei tempi antichi...
«Sbagliato. Se lei sorvolasse Bologna, per esempio, si accorgerebbe di quante oasi verdi ci sono nel fitto tessuto urbano del centro storico: giardini, orti, chiostri di conventi. E perfino Milano ha un suo segreto percorso verde che si snoda proprio lungo i palazzi antichi, da Palazzo Trivulzio a Brera, ognuno col suo giardino. Le città degli architetti antichi erano verdi. Manhattan progettata da ingegneri con il mito dell’efficientismo, ha soltanto il 6 per cento di verde, nonostante il Central Park».
E perché le città sono diventate grigie?
«Le rispondo con una citazione di Ezra Pound: “Con l’usura nessun uomo avrà una casa fatta di buona pietra”. Che tradotto in linguaggio odierno significa: nessuna buona città si può fare con la speculazione edilizia».
Quindi gli architetti che hanno partorito mostruosità come il Corviale di Roma, tanto per fare un esempio, non sono i soli colpevoli.
«Gli architetti hanno fatto disastri ma non saranno certo i primi nella fila dei dannati all’inferno per i peccati commessi contro l’ambiente. Ci sono gli speculatori, ci sono gli autori di cattive leggi».
Lei utilizza i più sofisticati prodotti della tecnologia contemporanea per realizzare edifici in sintonia con l’ambiente. E così ha creato architetture meravigliose come i Giardini Botanici di San Antonio, nel Texas. E in Italia il New Concordia a Castellaneta, in Puglia, forse il solo esempio di insediamento turistico-residenziale che non deturpi ma integri l’ambiente. Ma si tratta di architetture “di lusso”, costose. Come la mettiamo con l’uomo della strada, che abita nella triste periferia cementizia di tante città? Come creare una buona architettura a basso costo?
«Si può costruire “verde” senza costi eccessivi. Certo, l’investimento iniziale è maggiore. Ma i proprietari di un edificio “verde” constateranno che perderà molto meno valore di un altro. Inoltre i miei “giardini verticali” sono progettati per non avere una manutenzione eccessiva. E i miei edifici consentono grandi risparmi energetici. Ad esempio nella casa che ho progettato per Leo Castelli a East Hampton negli Usa, uno studio della ventilazione rende superfluo il ricorso a sistemi di condizionamento dell’aria, consentendo un abbattimento dei consumi del 70 per cento. Ma, se dobbiamo parlare dell’Italia, bisogna dire che ci vorrebbero incentivi, sgravi fiscali per favorire un altro modo di costruire. Ma per il momento non vedo segnali in questa direzione».
Non si sente isolato, con il suo culto quasi druidico degli alberi e della terra, in mezzo ai profeti del cemento e dell’acciaio?
«Confesso che per un bel pezzo ho sofferto di solitudine. Ma, dopo trent’anni, mi accorgo di avere generato figli e nipoti. Vedere Renzo Piano, Jean Nouvel, Tadao Ando e molti altri utilizzare materiali di origine vegetale nei loro progetti, mi fa capire che la mia missione sta dando i suoi frutti».
E quale sarebbe, secondo lei, la missione dell’architetto?
«Direi piuttosto il suo obbligo etico: dimostrare che è possibile un altro futuro. Affermare un diverso modello di vita per non perpetuare il presente».