Emiri a "secco", spunta il Dubai-bond

nostro inviato ad Abu Dhabi

Vista dal Golfo persico, lato Sud - quello degli Emirati Arabi Uniti, il più filo-occidentale che ci sia - la grande crisi assume connotati diversi. Ma si sente e si vede. Ieri sulle prime pagine dei grandi quotidiani di lingua inglese, come il Gulf Times o il Khaleej Times di Abu Dhabi, capitale economica e sede del capo di Stato, lo sceicco Khalifa Bin Zayed Al Nahayan, la notizia era il lancio del bond da 20 miliardi di dollari deciso dal governo di Dubai. Dei sette Emirati federati che presidiano quel corno di terra della Penisola arabica che, rivolto verso Nord-est, quasi chiude le acque del Golfo prima che si gettino nell’oceano Indiano, Dubai è di gran lunga il più turistico: modello di sviluppo puntato sull’immobiliare, avendo molto poco petrolio a disposizione in confronto con gli altri emirati.
Dal suo aeroporto si corre in autostrada verso Sud in mezzo a due ininterrotte prospettive di vetro-cemento, a volte finite, a volta ancora scheletriche. Migliaia di appartamenti in vendita: 190mila finiranno sul mercato nei prossimi 2 anni. Un po’ più a est, sul mare, si intravede l’estremità di Burj Al Arab, l’albergone a sette stelle a forma di vela diventato simbolo tanto dell’opulenza quanto della modernità di Dubai. Roba messa in piedi mentre il petrolio saliva da 40 a 150 dollari. Ora che però l’oro nero è tornato più sotto di dove era partito, si corre ai ripari: non ci sono cifre ufficiali, ma il calo della domanda di immobili è stimato nell’ordine del 40-50 per cento. Mentre un report ufficiale parla di costi di costruzione in caduta libera, del 40%, e di una ripresa attesa a partire dal 2011. E il governo di Dubai, che il 10 gennaio ha annunciato il primo miliardo di dollari di deficit di bilancio della sua storia, ha deciso di reagire. Mentre Mohammad Al Aoumi, economista, dice che il bond è una mossa «per mettere a tacere la maliziosa propaganda che da messi tende a mettere gli Emirati in cattiva luce». Con il bond (che per il 50% è stato sottoscritto dalla Banca Centrale, al 4% per 5 anni), il governo di Dubai intende fornire al mercato, soprattutto immobiliare, la liquidità bruciata in questi mesi. Con l’obiettivo dichiarato di dare agli investitori certezza e garanzia del rispetto degli impegni presi nello sviluppo del Paese.
D’altra parte i detrattori di questi piccoli emirati - dove dei 5 milioni di abitanti, 4 sono stranieri venuti qui a lavorare - non mancano. A iniziare dai dirimpettai iraniani, che non hanno mai visto di buon grado l’«emiratizzazione» del Golfo: un concetto inventato dai britannici per definire il delicato equilibrio qui trovato tra capitalismo e Corano, tra cultura occidentale e tradizione locale. Per cui vino, birra o i superalcolici normalmente banditi nei Paesi arabi, qui scorrono a fiumi; le donne arabe (e le tante iraniane qui residenti), vestite per lo più come pare a loro, lavorano numerose nei negozi, o nella grande Fiera della difesa (il Salone Idex) in corso in questi giorni ad Abu Dhabi.
Ma qui nella capitale la crisi è meno minacciosa rispetto a Dubai, anche se dista meno di due ore di auto. Abu Dhabi è ricca di petrolio (oltre il 60% del Pil) e per questo non ha mai rincorso lo sviluppo poco sostenibile scelto invece da Dubai. Quello che si nota è piuttosto un generale rallentamento dei traffici. Alberghi un po’ più vuoti, discoteche per visitatori piene solo nei weekend. Ma il governo non ha bisogno di intervenire: esiste un progetto di crescita scadenziato al 2030, che due o tre anni di crisi non dovrebbero toccare. Non solo: sembra che i capitali sovrani di Abu Dhabi (dopo aver preso qualche bella scoppola come nel caso dell’ingresso in Citigroup), comincino a rivolgersi proprio verso i cugini di Dubai, in una sorta di derby che vede ribaltarsi le forze in campo. Non è un caso che l’aeroporto di Abu Dhabi (Adac, in concorrenza con Dubai e con la compagnia Emirates) abbia annunciato di voler investire in forza all’estero. E di voler sviluppare il traffico interno fino a portarlo a 20 milioni di passeggeri dagli attuali 4 (ivi compreso il passaggio da 3 a 5 dei voli settimanali della compagnia Etihad per Milano Malpensa). Con l’obiettivo di diventare lo scalo numero uno della regione.