Emma Dante: «La mia Carmen? Ha dentro tutta l’anima del Sud»

D a Palermo a Siviglia passando per il Piermarini. Eccola lì, l’eroina italiana del teatro di ricerca, abituata a trascinare sul palcoscenico il suo laboratorio di carni umane, diseredati, emarginati, pulle (puttane) e gli odori della Vuccirìa di Palermo. Eccola lì, la regista popolare e civile di «Cani da Bancata» - la sua tragicommedia sulla mafia - seduta ora come una scolaretta nell’aula magna della Cattolica accanto al sanguigno Daniel Barenboim con cui si appresta a mettere in scena alla Scala la Carmen di Bizet. Una sfida spiazzante e al contempo quasi l’appendice naturale di un percorso, il suo, che ha sempre attinto a piene mani dalla tradizione e dal mito popolare, e che ha dato alla musica e al ritmo un ruolo di primo piano in quasi tutti gli spettacoli. Fino al successo internazionale e alle coproduzioni con la Francia. Altro fil rouge che intreccia il suo battesimo con la lirica è quel «Sud» del cui calore palpita il libretto andaluso così come la famiglia di «mPalermu». La Dante è cauta e non anticipa i dettagli di una messa in scena che gioca sui colori, sui simboli e sulle metafore di un «Sud del mondo che è luogo viscerale dell’anima prima ancora che un posto del mondo». Non ci saranno forzature sul libretto, precisa, e sulla scena «niente bare o stupri come qualche giornale ha inventato», ma una regia che parte da un lungo studio dell’opera che le ha permesso di calarsi nell’anima dei personaggi. «Io vengo dalla sperimentazione e non conoscevo quasi nulla della lirica» ammette candidamente, ma il felice incontro con Barenboim, «un grande direttore d’orchestra in grado di vestire all’improvviso i panni del drammaturgo» ha dato vita a un’osmosi che lascia ben sperare per il futuro di una lirica aperta ai giovani e alla contemporaneità.
La Dante porta in scena gli attori della sua compagnia in veste di «mimi», lavorando sui costumi che ben poco avranno in comune con la rappresentazione ottocentesca. «D’altronde - dice - nell’opera ci sono forti assonanze con temi che mi sono cari e ricorrenti, quelli della forza del destino, della morte, e della coralità. Così come nei miei spettacoli, anche in questo caso non esiste un unico protagonista, ma Carmen rappresenta il cuore di un organismo che non potrebbe vivere senza i muscoli e i polmoni del popolo che le sta intorno». La Dante sente la responsabilità del progetto affidatole da Lissner e riconosce il primato della musica sulla storia. Ma subito precisa: «Con Barenboim abbiamo lavorato sulla versione primitiva di Carmen e ci sono stati tagli che hanno dato un nuovo equilibrio tra le parti cantate e quelle recitate». La piccola rivoluzione della Dante sta anche qui, nell’approccio maieutico con cui è riuscita a trasformare i cantanti in quasi-attori di prosa. «Non avevo mai lavorato prima d’ora con soprani o tenori che, rispetto a quanto avviene in teatro, si esprimono secondo codici esclusivamente musicali. Ma in questo progetto i dialoghi sono sempre parlati e anche nelle arie ho fatto lavorare i cantanti sui sottotesti e sulle intenzioni, proprio come sono abituata a fare con gli attori. Ho cercato di convincere gli interpreti di Carmen e don José che quando cantano c’è sempre un motivo. Penso di esserci riuscita».