Emma e Sergio, oggi una nuova sfida

L’uno di fronte all’altra per la prima volta dopo l’annuncio del divorzio di Fiat da Confindustria. Avverrà oggi pomeriggio all’Unione industriale di Torino dove Sergio Marchionne ed Emma Marcegaglia si troveranno a tu per tu, seppur in momenti diversi. L’amministratore delegato del Lingotto, infatti, parteciperà a una tavola rotonda a conclusione del convegno il cui tema di fondo è produrre in Italia; la leader degli industriali avrà invece il compito di trarre le conclusioni dopo l’intervento del ministro Paolo Romani.
Consumato lo strappo, con effetto dall’1 gennaio 2012 e dimessosi dal direttivo confindustriale il presidente della Fiat, John Elkann, resta da vedere se oggi Sergio ed Emma si lanceranno nuove frecciate. L’occasione, comunque, forse l’ultima a livello ufficiale prima di fine anno, consentirà sia a Marchionne sia a Marcegaglia di ribadire i propri punti di vista a difesa delle rispettive posizioni. Il capo del Lingotto si presenta all’Unione industriale forte dell’accordo raggiunto in poco più di due mesi con il vertice del sindacato americano sul contratto Chrysler. Ed è facile intuire, in proposito, come al top manager piacerebbe esportare in Italia il sistema Usa, visto che su Fabbrica Italia la discussione va faticosamente avanti dall’aprile 2010. E visto che il tema del convegno è proprio «Make it in Italy», Marchionne non mancherà di ricordare tutte le difficoltà che produrre in questo Paese comporta, a partire dalle motivazioni che hanno determinato lo strappo di Fiat da Confindustria, ovvero la firma dell’accordo interconfederale del 21 settembre, che secondo il Lingotto «ha fortemente ridimensionato le aspettative sull’efficacia dell’articolo 8», grazie al quale si dava forza alle intese del gruppo stabilimento per stabilimento. «Il concetto che muove la strategia di Marchionne - dice una fonte - è che dove hai la fabbrica devi avere anche le relazioni industriali; una politica dunque territoriale, non soggetta ai rallentamenti tipici della concertazione nazionale».
Dal canto suo, la presidente di Confindustria, a fine mandato e alle prese con un’emorragia di iscritti, non potrà ignorare la presenza di chi ha fatto da battistrada alle successive fughe dall’associazione. Marcegaglia, comunque, più che proporre manifesti su come affrontare il problema dello sviluppo, dovrebbe ascoltare di più i malumori provenienti dalla base e dare delle risposte. Ieri è toccato ad Andrea Riello, candidato veneto alla presidenza nazionale, reclamare un’organizzazione «più leggera che tagli costi e liturgie, anche per guadagnare autorevolezza». «Bisogna predicare bene ma anche razzolare bene - rileva l’imprenditore -; quello di Confindustria è un modello federale, ma occorre andare oltre, perché non si può più delegare al centro quelle funzioni sulle quali non ci si sente rappresentati» (il tema, cioè, sul quale Marchionne ha messo il dito nella piaga». E poi l’altro problema sollevato da Riello, quello che «un incarico in Confindustria - riferendosi alla candidatura di Riccardo Illy, già governatore del Friuli Venezia Giulia - non debba rappresentare il punto di arrivo o di partenza di una carriera politica».