Emma sbaglia: il governo ci ha salvati

Non ho capito in quale parte del mondo stia il presidente della Confindustria Emma Marcegaglia, che dice che il nostro governo è immobile. Forse lo afferma perché non ha ancora ottenuto quei benefici che i nostri industriali vorrebbero dallo Stato, magari per le spese di ricerca, che altrove sono sostenute dalle industrie, che ne ricavano i vantaggi. Ma il governo non è affatto immobile. E la partita più grossa la sta giocando in queste settimane, con successo nelle sedi europee, con riguardo al nuovo patto di stabilità, a cui si collega il fondo per il sostegno del debito dei Paesi in difficoltà.
Tale tema è di importanza fondamentale non solo per la Grecia, la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda, che hanno grosse difficoltà per la collocazione del loro debito sul mercato, ma anche per l’Italia, che ha il più alto rapporto fra debito pubblico e Pil di tutti salvo la Grecia, il 115%. Sino a ora l’Italia non è stata investita da problemi di collocamento del suo debito, grazie all’impegno del governo Berlusconi nella manovra di finanza pubblica. Ma ora, in sede europea, si è deciso che tutti i Paesi dell’euro zona devono cercare di ridurre i rapporti debito/Pil al 60% entro venti anni e che quelli che sgarrano debbono subire penalità pecuniarie annuali.
Queste proposte, sostenute da Germania e Francia sono nate in relazione al fatto che in sede europea, dallo scorso anno, vi è il fondo di sostegno per il debito dei Paesi in difficoltà, al quale contribuiscono tutti gli Stati dell’Eurozona in proporzione al Pil. E quindi gli Stati come la Germania e la Francia che hanno pochi debiti si vogliono tutelare in confronto a quelli indebitati, per evitare di sborsare soldi per loro, senza che questi facciano la loro parte. Questo fondo è transitorio e la proroga è stata assoggettata alla regola della riduzione del debito da parte di chi ne ha troppi. Senza questa proroga ci sarebbe il caos finanziario e quindi tutti, nell’euro, la vogliono.
Ecco così che tutti debbono accettare la regola della riduzione del debito al 60%: che però per l’Italia è un impegno quasi impossibile. Alla lettera, essa comporta di ridurre del 2% annuo il nostro rapporto fra debito e Pil. Quindi dovremmo realizzare il pareggio del bilancio se il nostro Pil cresce del 3,8% in termini monetari e un surplus di bilancio dello 1% se cresce del 2,8%. Con un tasso di inflazione dell’1,5 o 2%, dovremmo avere tassi di crescita annui del Pil sempre superiori all’1,5% per evitare di essere obbligati a bilanci in surplus. Dato che noi riusciamo a collocare il nostro debito sul mercato, grazie alla robustezza del risparmio delle nostre famiglie e al fatto che la nostra finanza pubblica è sotto controllo, questa regola per noi è eccessiva.
Ma occorrevano la abilità di Tremonti e il prestigio di Berlusconi per ottenere un’eccezione per l’Italia, basata sulla considerazione del risparmio privato accanto alla dimensione del debito pubblico. Ed è questo che Tremonti ha ottenuto nella riunione dei ministri finanziari e che Berlusconi venerdì è riuscito a rendere ufficiale, nella riunione dei capi di stato e di governo di venerdì scorso. Il risultato però non è definitivo, in quanto le nuove regole debbono essere scritte in un testo di modifica del Trattato europeo, che va precisato. Il prestigio e l’autorevolezza di questo governo sono indispensabili per arrivare al risultato finale. Berlusconi ha posto sul piatto anche un argomento importante per la Merkel e Sarkozy, cioè il fatto che il Pdl è una componente cospicua del gruppo parlamentare di maggioranza del parlamento europeo: quello popolare, a cui aderiscono i partiti della Merkel e di Sarkozy.
Berlusconi ha anche svolto un’azione di supporto alla proposta del duo franco tedesco, di affiancare cioè ai governi anche i privati nel finanziamento del fondo europeo di sostegno. Proposta avversata dal presidente della Banca Centrale Europea Jean Claude Trichet in quanto essa comporta che le grandi banche contribuiscano a questo fondo. La Merkel giustamente dice che le banche debbono contribuire al fondo, perché esse operano sui mercati finanziari comprando e vendendo titoli del debito pubblico e ne posseggono quote rilevanti nei propri patrimoni.
Ora c’è il gusto di «sparare sul pianista», cioè sul governo Berlusconi e soprattutto su di lui. Senza il governo guidato da Berlusconi noi ci troveremmo fra poco con l’obbligo di ridurre del 2% annuo il nostro rapporto debito/Pil. Ci difenderebbe forse un governicchio «tecnico» sostenuto da Bersani e da Di Pietro?