Emma tira dritto e mette alla porta il Lingotto

RomaNon c’è stato l’affondo pre ballottaggi che qualcuno temeva e altri si auguravano, ma un rimbrotto al governo sì, anche se Emma Marcegaglia l’ha servito insieme a un certificato di inaffidabilità intestato alla sinistra. E sono stati in molti, mettendo insieme le due cose, a notare una sintonia crescente con il Terzo polo oltre che con il predecessore Montezemolo.
Ma l’ ultima relazione da presidente di Confindustria sarà ricordata innanzitutto per la risposta riservata alla Fiat che potrebbe uscire dalla confederazione. «Non pieghiamo le regole della maggioranza alle esigenze di un singolo. Non ci sono soci di serie A e di serie B», ha assicurato Marcegaglia in un passaggio molto applaudito. Praticamente un «si accomodi» perché lei non cambierà linea sui contratti.
Poi c’è la parte più politica, con la promessa di un impegno diretto degli imprenditori nell’agone pubblico. Se non ci saranno risposte sulla crescita e sulle priorità di viale dell’Astronomia («Semplificazioni e liberalizzazioni subito, infrastrutture subito, riforma fiscale subito»), gli imprenditori non si limiteranno più a lavorare «a testa bassa e maniche rimboccate». Saremo, è l’avvertimento di Marcegaglia, «pronti a batterci per l’Italia anche fuori dalle nostre imprese, con tutta la nostra energia, con tutta la nostra passione, con tutto il nostro coraggio».
Promessa sulla quale, comunque, lei non vigilerà dalla plancia di comando di Confindustria, che sarà occupata dal suo successore (nel giorno dell’assemblea, si facevano ancora i nomi di Giorgio Squinzi, Gianfelice Rocca, ma anche quello di Alberto Bombassei).
Ieri a rendere omaggio a Confindustria è arrivato anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, applauditissimo dalla platea degli imprenditori. E nel discorso di Marcegaglia sono riecheggiati gli appelli del capo dello Stato a una maggiore unità, quando ha denunciato un «decennio perduto in termini di minore competitività» durante il quale sono prevalse «divisioni e lacerazioni» di forze politiche «alle prese con fratture e problemi di leadership personali anteposti al benessere del Paese». Adesso, «le difficoltà della maggioranza sono evidenti», ma «non per questo possiamo tacere che l’opposizione, tra spinte antagoniste e frammentazioni, è ancora incapace di esprimere un disegno riformista».
Marcegaglia riconosce al governo la tenuta dei conti (un tributo a Giulio Tremonti), la semplificazione della pubblica amministrazione (quindi la riforma Brunetta), le novità sulla scuola (la riforma Gelmini) e lo statuto dei lavori di Maurizio Sacconi. Tema, quello del lavoro e delle relazioni sindacali, sul quale la presidente degli industriali è stata netta: ferma sul nuovo modello contrattuale e critica nei confronti della Cgil: «Chi continua a dire solo no si assume una grave responsabilità».
Un gioco di equilibri al quale la politica ha risposto in ordine sparso. Dal ministro Altero Matteoli, che l’ha interpretato come un intervento di «una convention di un partito» a Roberto Maroni per il quale è stato invece un discorso «apprezzabile in larga parte». Al leader Pd per il quale i problemi non si affrontano, solo per colpa di Berlusconi.
Piergiorgio Stiffoni della Lega colloca Margaglia dentro Itala Futura di Montezemolo, mentre il presidente dell’Udc Rocco Buttiglione spera che la presidente e altri, vista la duplice bocciatura per maggioranza e sinistra, scelgano il Terzo polo, «l’unica novità seria».