Emma vuole salvare l’Europa con il manifesto dell’ovvio

Dopo il «manifesto per salvare l’Italia» arriva il «piano per un’Europa più forte»: anche qui, c’è la firma di Emma Marcegaglia, in rappresentanza dell’industria italiana, accanto a quella dei suoi omologhi tedesco e francese, Hans-Peter Keitel, della Bid, e Laurence Parisot, della Medef. Che tutti insieme, in quanto «presidenti degli industriali più importanti della zona euro e del G-20», dichiarano «il nostro pieno impegno a favore di una più profonda integrazione europea»: non proprio una novità, a dire il vero.
Ma d’altra parte, di veramente innovativo nell’appello degli industriali, pubblicato ieri dai rispettivi quotidiani nazionali - Il Sole 24Ore, Le Figaro e Frankfurter Allgemeine Zeitung - c’è ben poco. Nonostante il momento sia cruciale: proprio oggi è previsto l’incontro a Berlino, tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy, dedicato alla crisi. E per uscirne, la ricetta degli industriali qual è? La più ovvia: «Occorrono bilanci pubblici solidi ed economie competitive», è scritto al primo punto della lettera, con l’obiettivo di ricreare fiducia da parte dei mercati finanziari. Per questo serve - ed è il secondo punto - un «vero impegno politico» che passi attraverso la concretizzazione del cosiddetto «six pack», cioè il pacchetto di misure per evitare sforamenti del debito pubblico, ma anche efficienza nell’utilizzo dei due fondi europei: l’Efsf, cioè il cosiddetto salva-Stati, e l’Esm, il fondo permanente che sarà realizzato in futuro. «Ancora più importante - scrivono i tre presidenti - è che i Paesi devono assolutamente varare riforme strutturali che promuovano la crescita per aumentare la competitività delle loro economie» e anche «affrontare e risolvere il problema di un’adeguata capitalizzazione delle banche europee».
Occorre poi - è il terzo punto - «un’Europa più forte». Per questo bisogna «iniziare a lavorare su un nuovo trattato che permetta un passo avanti verso un’ unione politica ed economica più coesa». Infatti «le imprese europee hanno il più grande interesse a proteggere l’euro, come pure a favorire il continuo progresso verso un’ulteriore integrazione a livello politico ed economico», concludono Marcegaglia, Keitel e Parisot, sottolineando che il «rispetto della sussidiarietà, delle specificità culturali degli Stati e delle singole regioni» non è «in contraddizione con l’obiettivo. Anzi: è questo a rappresentare parte della forza dell’Europa».
Tutto giusto: ma tutto già sentito, letto, sviscerato in mille tavole rotonde, convegni, incontri al vertice a Bruxelles e altrove. Un elenco di buoni propositi, molto politically correct, il tutto condito dall’inevitabile spruzzata di retorica europeista: un appello destinato a raccogliere il massimo di consensi, certo. Ma l’efficacia è un’altra cosa.