Emmer: «Questo cinema girato con frenesia nasconde solo il vuoto»

«Per raccontare il mondo di oggi basterebbe un'inquadratura di venti secondi». E che cosa vedremmo? «Nero. Vuoto». E questo, secondo Luciano Emmer, non perché sia morto il cinema italiano: «Lo ha detto quell'ignorante di Tarantino. Si vede che il suo non è mai stato vivo. Oggi in questo paese è morta la vita, in confronto agli anni Cinquanta. Allora il cinema italiano era meraviglioso perché raccontava un'Italia povera, ma straordinaria, da una pizza in due in via del Leoncino a Roma, sul marmo nudo, per risparmiare. C'era solo da guardarsi attorno e girare».
Emmer - novant'anni il prossimo gennaio - è tornato in questi giorni nella sua città natale alla Milanesiana anche per mostrare il backstage del documentario che sta girando su Masolino da Panicale e almeno una clip dal suo penultimo film, Le flame del paradis, consegnato un anno fa alla Mikado e mai distribuito.
Di che cosa parla questo film, Emmer?
«Di una strega. Nel 1600 in Val di Non, di cui sono originari i miei antenati, condannarono a morte quattro donne e due uomini per stregoneria. Non mi interessavano roghi e scene truculente, ma la serenità della vita contadina, sempre uguale nei secoli. Gli attori sono tutti paesani, perfetti, naturali, autentici. Una storia semplice, che sembra un film di oggi e che purtroppo pochi vedranno».
Ma lei al cinema ci va?
«Appena posso. Ma le storie che vedo non sono interessanti e quindi mi annoio».
Le interessa solo la storia, non il modo di girarla?
«Se la storia è noiosa, non m'importa come è girata e da chi. Preferisco una bella storia girata male che il contrario. Tutta questa velocità di oggi, nel montaggio, nei cambi di inquadrature: è per mascherare il vuoto che c'è dentro, per nascondere la vergogna».
E dopo che ha girato tutti quei caroselli, che ne pensa degli spot?
«Guardi che i miei non erano spot pubblicitari. Erano film, come L'arroseur arrosé o L'arrivo del treno dei Lumière. Storie di due minuti in cui vi era la proibizione assoluta di fare pubblicità, che invece stava in un codino che però non giravo io. Con Totò ne ho fatti nove, di questi film. L'ultimo, poco prima che lui morisse».
Ora sta girando un nuovo film?
«L'ho cominciato in settembre e lo finisco in luglio: è un film sulle quattro stagioni. La storia di una ragazza di trent'anni, Cheyenne, che va per i prati con le sue pecore. Anche questo con attori non professionisti».
C’è un volto noto con cui farebbe un film?
«Toni Servillo. Ha espressioni, scatti, sguardi da cinema muto. Voglio offrirgli una mia storia da fare in teatro».
Nel 1954 lei realizzò un famoso documentario su Picasso. Che ricordo ne ha?
«Lui faceva la prima mostra a Roma e mi avevano proposto un film su quello, ma non me ne importava. Volevo conoscerlo. Riuscii a farmi mandare a Valloris e vissi con lui un mese. Uno dei periodi più belli della mia vita. La mattina sci d'acqua, la sera si beveva fino alle quattro. Fu allora che Picasso decise di farsi filmare da me mentre dipingeva la cappella con un grandioso affresco di tre donne, una colomba che vola e un mostro con il tridente che vuole ucciderla. Gli operai che stavano lavorando alla cappella, per errore, come si sa, distrussero il dipinto. Fu atroce».
Emmer è stato spesso contrapposto a Pasolini: lui manierista e visionario, lei semplice e realista.
«E invece tra noi ci fu amicizia sincera, mai propagandata. Collaborò alla sceneggiatura de La ragazza in vetrina e avremmo anche potuto fare un film insieme. Il produttore di Castellani ci chiamò per scrivere un trattamento e poi se ne andò in vacanza. Scrivemmo la sceneggiatura in un mese: si chiamava I ragazzi di vita. Quando il produttore ce la tirò in faccia, dovetti acchiappare Pier Paolo, che sennò lo ammazzava. Darei non so cosa per ritrovare quella stesura».
Lei ha lavorato con Mastroianni...
«Eh, quando lo conobbi, fu per un provino con Lucia Bosé. Mi disse sottovoce: dille che deve darmi un bacio!».
... con Eduardo De Filippo, Salvatori, Lino Ventura, la Borboni. Ha smesso per quasi vent'anni, poi ha ripreso, con la Ferilli, Giannini, la Muti. Ma sembra entrato nell'olimpo dei grandi dimenticati. Il cinema italiano le fa torto?
«L'ultimo film l'ho girato con l'aiuto della provincia e senza ricorrere a quella pratica che non commento degli aiuti governativi. Ma non mi sento trascurato: anche se non giro, le storie che scrivo sono vive comunque. Anzi, una volta feci a un grosso funzionario Rai una proposta rivoluzionaria, che avevo già lanciato negli anni Settanta».
Quale?
«Gli dissi: “Invece di girare tutti questi film costosi, che poi magari non hanno successo, uno viene in tv e li racconta. Può essere simpatico quanto la visione di un film completo”».
E lui che cosa rispose?
«Ah, era entusiasta. Ma un mese dopo, l'hanno trasferito».