Emoziona la guerra degli sconfitti

In «Lettere da Iwo Jima» Clint Eastwood racconta la battaglia vista dai giapponesi

Clint Eastwood ha avuto il leone d'oro alla carriera dalla Mostra di Venezia, che mai aveva accolto i film da lui interpretati per Sergio Leone e aveva diffidato di lui anche come regista. Quel riconoscimento tardivo doveva suggellare quarant'anni di lavoro. Invece il meglio Eastwood doveva ancora darlo. In un crescendo impressionante sono venuti Mystic River (due Oscar), Million Dollar Baby (quattro Oscar), Flags of Our Fathers e il connesso Lettere da Iwo Jima, entrambi «nominati» quest'anno. Girati insieme, col secondo fatto uscire dopo, essi mostrano le due facce della più cruenta battaglia degli americani nella Seconda guerra mondiale, ma ancor più cruenta per i giapponesi.
Presentato fuori concorso al Festival di Berlino, Lettere da Iwo Jima è un capolavoro. E non solo per estetica. Infatti non è nella tradizione di Washington concedere l'onore delle armi ai vinti, per quanto valorosi, perché li considera fuorilegge, più che nemici. Finora, sulla Seconda guerra, Hollywood marciava in sintonia con Washington, con l'eccezione dell'Impero del sole di Spielberg. Ora Eastwood, la Wb e la Dreamworks hanno smesso: fra gli esiti della guerra in Irak, c'è la revisione anche delle altre guerre «per la democrazia»...
Nella vicenda degli eroi - ma anche dei codardi - che si trovarono a difendere Iwo Jima e nell'omaggio al loro comandante, generale Kuribayashi (l'immenso Ken Watanabe, già magistrale nell'Ultimo samurai di Zwick), e al suo aiutante, il barone Nishi, che aveva vinto su un cavallo italiano la medaglia d'oro d'equitazione alle Olimpiadi di Berlino, sta la vera firma della pace col Giappone.

LETTERE DA IWO JIMA di Clint Eastwood (Usa/Giappone 2006), Ken Watanabe, Kazunari Ninomiya. 127 minuti.