Emoziona quel crudele ritratto di tanti «fratelli» morti invano

Ormai è tendenza. Sanguepazzo di Marco Tullio Giordana era a Cannes; Il papà di Giovanna di Pupi Avati a Venezia; Il sangue dei vinti di Michele Soavi a Roma. I film contro l’epurazione selvaggia in Italia nel 1945 sono ammessi con risonanza nei maggiori festival. Così, sebbene di valore estetico ineguale, hanno contribuito alla fine della rimozione degli orrori antifascisti: trentamila assassinati, secondo il governo Parri dell’epoca. Dopo il fascista Giorgio Pisanò, è stato l’antifascista Giampaolo Pansa a rompere l’autocensura di stampa. Ed è a un episodio del suo libro, Il sangue dei vinti appunto, che s’ispira il film di Soavi, artisticamente modesto, politicamente importante. Proprio com’era stato Porzûs di Renzo Martinelli, anch’esso passato per una Mostra di Venezia e archetipo del filone revisionista.
Arte - parola desueta - vorrebbe che un soggetto delicato come una strage, continuata per settimane, nell’indifferenza degli occupanti stranieri, e con strascichi di assassini fino al 1947, finisse in mani capaci di rendere onore ai fatti, se non giustizia alle vittime. Soavi poi è figlio dello scrittore Giorgio, reduce della Repubblica Sociale, autore di un romanzo autobiografico sul periodo, Un banco di nebbia. Del periodo deve quindi conoscere per testimonianza diretta, oltre che per la ricostruzione di Pansa. Ma la sua angolazione è quella ormai solita: di chi racconta per chi non sa nulla e intende continuare a non sapere. Così Il sangue dei vinti, reality finto snuff in costume, emoziona solo nel prevedibile finale.
Comunque il film di Soavi esiste e si può essergliene grati, se non altro per lo spunto: l’amor di patria, comunque la si intendesse, di una famiglia, dove il figlio (Alessandro Preziosi) nella guerra civile sceglie una causa e la figlia (Alina Nedelea) sceglie l’altra. Pagheranno tutti, genitori inclusi, l’essere stati italiani partecipi. E c’è da chiedersi quanto abbiano contribuito le stragi di ieri al declino di oggi, poiché si capì presto che, da una parte e dall’altra, erano tutti morti per niente.