Emozioni e follia, quella Milano-Bolzano degli eroi

A quei tempi eravamo undicimila e cinquecento e lo sapevamo tutti: quando Lupo Manno ti guardava con quegli occhi la serata prendeva subito un’altra piega. Anche stavolta è finita così, era la grande notte dell’Hockey Challenge 2009, ma questa volta Bob «Lupo» Mannonon c'era ma sorriderà domani a Varese come allora, quando dopo aver sistemato l’avversario alla balaustra usciva e ti stringeva la mano e tu sapevi che avevi fatto la cosa giusta. Milano-Bolzano di diciotto anni fa in fondo è finita come quello del Palagorà di ieri sera: una festa con le lacrime agli occhi.

Ma il 2 marzo 1991 Bob Manno era capitano ed eravamo tutti al Forum, in attesa di uno scudetto che a Milano mancava da 31anni e dopo stagioni passate a trepidare al Palaghiaccio di via Piranesi tra una rissa e una giocata di Kim Gellert o di Ico Migliore. Che tempi, ragazzi: eravamo tutti un po’ più agli inizi e anche noi, che adesso ci occupiamo di cose - dicono - un po’ più alte, se ci contiamo tra giornali e tv sappiamo da dove siamo partiti. E sappiamo che cosa abbiamo davvero vissuto. E allora, chi come me ha ancora una stecca firmata da John Vecchiarelli come se fosse la maglia firmata di Ibrahimovic (sacrilegio!), può cominciare a contare sul ghiaccio di oggi e immaginare loro - gli eroi della nostra gioventù e della nostra prima carriera - un po’ più giovani ma sempre così eroi.

Insomma, Manno e poi: Joe Foglietta, Bill Stewart, John Vecchiarelli, Mike Zanier, Rico Rossi, Maurizio Vacca, Tony Fiore. E anche Bartolone, Pietroniro, Vani, Priondolo, Comploj, altri eroi di quei tempi, ma non di quell’anno, che lo scudetto l’hanno vinto nei cuori dei tifosi. C’erano tutti ieri sera, proprio contro il Bolzano che fu, ma ne mancava solo uno, Lui, quello del gol, Rick Bragnalo, anche se è come fosse stato lì. Perché lui è sempre lì, al 15’45’’ del terzo tempo di quel 2 marzo 1991.
Già, che tempi: quando non c’erano ancora i telefonini e Beppe Vigani faceva le radiocronache dai paesini sugli altopiani vedendo solo metà pista in piedi su una cassetta della frutta rovesciata mentre qualcuno gli raccontava l’altra metà. E intanto i gettoni scendevano nel telefono pubblico mentre noi, aldiqua dell’altoparlante, sognavamo. Eppoi erano i tempi della trasferte, tutto in una notte Milano-Bolzano andata e ritorno, a tifare prima, a lavorare poi quando eravamo diventati un po’ più grandi, con lo stesso gruppo, le stesse facce, gli stessi amici e sempre Monica, collega e amica appunto, che nessuno ci ha mai portato via anche se non c’è più. E ancora i derby con i Devils, odiati dai puristi della curva, ma rivali accaniti di memorabili derby finiti nell’oblìo dopo una bottiglia lanciata dall’«Armata Piranesi» e frantumata sul ghiaccio. Un gesto disperato che ha spezzato definitivamente il sogno di una Milano distolta dalla sua malattia calcistica.

Ecco cos’era allora l’hockey su ghiaccio in città: emozione, passione e anche un po’ di follia. Tanto che quando quel 2 marzo al Saima bastava pareggiare per vincere ecco lo 0-2, poi il 2-2, ancora il 2-3 e infine il panettiere Rick che entra in porta, lui, pattini, stecca e disco, Dio sa ancora oggi come l’ha colpito. Ma che importa: 18 anni fa eravamo in undicimila e cinquecento e chissà quanti poi in piazza Duomo a festeggiare e ieri sera bastava chiudere gli occhi per essere ancora lì. E per sapere appunto che abbiamo vissuto davvero.