Enac, cinque voli a sbafo mettono nei guai D'Alema

Il presidente del Copasir interrogato dal pm di Roma. Nel mirino i
viaggi sugli aerei di un imprenditore accusato di versare tangenti al Pd
in cambio di affari

Massimo D’Alema prende il volo. L’ex presidente del Consiglio ed ex ministro degli Esteri, attualmente al vertice del Copasir, è il nome che scotta dell’inchiesta Enac del pm romano Paolo Ielo. D’Alema è indagato in uno dei mille rivoli dell’indagine sull’ente nazionale dell’aviazione civile, quello su una tangente da 40mila euro pagata a Franco Pronzato (membro del Cda Enac e ex responsabile nazionale del Pd per il trasporto aereo) dai titolari della compagnia low cost Rotkopf Aviation, che così ottennero l’appalto per la gestione della tratta per l’isola d’Elba. D’Alema sarebbe coinvolto per cinque passaggi aerei gratuiti su velivoli Cessna di cui avrebbe usufruito grazie al fidatissimo Vincenzo Morichini, dalemiano di sicura fede, nei guai pure lui per la vicenda dei presunti finanziamenti illeciti alla fondazione ItalianiEuropei dello stesso D’Alema. Alle trasvolate di Baffino dell’autunno scorso gli inquirenti arrivano seguendo le attività di Viscardo e Riccardo Paganelli, padre e figlio, titolari della Rotkopf Aviation, nonché generosi elargitori di contribuiti per la fondazione attraverso la società Foretec Srl, il cui capitale sociale è ripartito appunto fra la Rotkopf Srl e la Arkon Srl, che ha bonificato a ItalianiEuropei, tra il 2008 e il 2010, importi per quasi 90mila euro. Proprio negli uffici della Foretec la guardia di finanza ha sequestrato un «pizzino» di Paganelli con nomi di esponenti politici con accanto cifre da decine di migliaia di euro. I nomi riportano tra gli altri a Katiuscia Marini, Pd, presidente della Regione Umbria, e a Roberto Gualtieri, parlamentare europeo democratico (entrambi negano di aver mai conosciuto Paganelli e di aver ricevuto denaro) nonché all’immancabile fondazione dalemiana.
Il pubblico ministero vuol capire perché D’Alema non ha messo mano lui al portafogli per pagarsi i voli dal valore di 6mila euro l’uno. Nell’interrogatorio con Ielo l’esponente nazionale del Pd sarebbe caduto dalle nuvole sostenendo di aver appreso solo in quel momento che i viaggi non erano stati saldati nemmeno da Morichini, l’amico di sempre emerso anche nelle intercettazioni sulla P4 (come D’Alema del resto). L’ex presidente Ds starebbe valutando la possibilità di saldare il conto ora, e salvare politicamente la faccia.
Durante l’incontro con Ielo, Paganelli ha confermato che D’Alema ha viaggiato in piena campagna elettorale sui suoi bimotori precisando però che non si trattava di voli gratuiti e che nella contabilità della Rotkopf di questi «regali» non vi è traccia. Tra i viaggi nel mirino un «Roma-Venezia» del 24 ottobre 2010 quando la Fondazione e quella di Gianfranco Fini organizzarono un convegno ad Asolo, poi un «Roma-Bari» del novembre 2010 per un summit del partito democratico, un «Roma-Perugia» e a luglio, in Calabria, un «Roma-Lamezia Terme». L’ipotesi iniziale di un finanziamento illecito si fonda sulla coincidenza dell’iperattivismo di Morichini, ex socio di D’Alema nella barca Ikarus. Che da una parte si dava da fare per trovare una corsia preferenziale a Paganelli per l’ottenimento della rotta sull’Elba (ottenendo pure un obolo per la Fondazione) e dall’altra si spendeva per trovare voli all’amico D’Alema per il tramite dell’uomo del partito al ministero dei trasporti, Pronzato, poi arrestato.
Con Repubblica, il 12 luglio, D’Alema non mostrò alcun imbarazzo alle prime indiscrezioni sui voli a sbafo: «È assurdo dire che potevo pagarmi un volo di linea, come parlamentare non li pago, se ho preso un passaggio per fare tre comizi invece di uno, il risparmio è stato dei contribuenti, non mio». Oggi preferisce far parlare il suo avvocato, Gianluca Luongo: «Oramai diversi giorni fa abbiamo incontrato i pm Cascini e Ielo e abbiamo fornito loro ogni chiarimento sulla vicenda dei voli». Se nel Pd nessuno corre in difesa di Baffino, ci pensa Fabrizio Cicchitto del Pdl a sollevare dubbi: «Le motivazioni dell’avviso di garanzia a D’Alema ci appaiono forzate». Maurizio Gasparri non condivide il plurale maiestatis: «Vado sempre d’accordo con Cicchitto. Ma non questa volta. L’avviso di garanzia a D’Alema è giusto e meritato. Semmai è tardivo. Lo meritava ben prima».